“La poesia è come un uccello, ignora tutte le frontiere” (Evtushenko)
Centesimo della Rivoluzione d'Ottobre. Ma gli ideali primigeni della Rivoluzione sono stati traditi? Uno scritto apparso qualche anno fa sul quotidiano Il Manifesto, di cui riporto un sunto, affermò quanto segue:
"Alle radici del socialismo, tra utopia e progresso scientifico nella rivoluzione industriale, si pongono le basi per un movimento che vuole cambiare lo stato delle cose presenti e il proletariato tenta il primo assalto al cielo. Gli ideali del socialismo si diffondono col passare del tempo, ma l’illusione del progresso inarrestabile verrà minata dallo shock di due guerre mondiali. Con la rivoluzione d’ottobre e con la concentrazione del potere nelle mani dei Soviet e del partito grazie all’apporto massiccio dei braccianti nei campi sino agli operai nelle fabbriche, si diffonde la “grande paura”, alla quale faranno seguito la controffensiva borghese e i regimi fascisti. In Unione Sovietica si scende verso l’abisso: si teorizza il socialismo in un solo paese, con un uomo solo al comando, Stalin, il quale porta con sé il culto della personalità e la dittatura degli apparati. Il mondo si divide in due blocchi, generando l’età del Muro e la paura nucleare. Con l’avvento di Kruschëv c’è un timido riconoscimento degli orrori dello stalinismo in seguito alla lettura di “Una giornata di Ivan Denisovič” di Aleksandr Solženicyn e si tenta la risalita, con il socialismo dal volto umano di Nikita, l’uomo del “disgelo” che denuncia al XX Congresso del PCUS i crimini commessi dalla dittatura stalinista. Kruschëv puntava sullo sviluppo delle campagne, ma viene destituito da Breznev, emblema della decadenza del socialismo reale, colui che avvia un programma di riarmo spinto che prepara il crollo dell’URSS."
Evghenij Evtushenko, poeta russo nato a Zima nel 1933 e scomparso quest'anno, con Andrei Voznesensky e altri ha contribuito alla rinascita della poesia lirica russa. Il suo primo libro di poesie è stato pubblicato nel 1952. È il portavoce più popolare della generazione di poeti che si sono opposti al socialismo dal volto disumano. “Selected Poems” del 1962 contiene quattro dei suoi poemi più famosi: “Parla” (un atto d’accusa all’ipocrisia sovietica), “Babi Yar” (protesta contro l’anti-semitismo in URSS), “La giunzione di Zima” (un lavoro autobiografico) e “Gli eredi di Stalin” (denuncia del sistema sovietico). Tra i poemi ricordiamo “La stazione di Bratsk” (1964) e “L’università di Kazan” (1970). La sua raccolta di poesie, “1952-19902, è stata pubblicata nel 1991. La pubblicazione a Parigi di “Autobiografia precoce” (1963) ha causato la censura ufficiale del governo russo. Malgrado ciò Evtushenko ha potuto viaggiare e leggere i suoi versi all’estero anche durante l’era sovietica. Inoltre ha scritto il romanzo “Bacche selvagge” e, in epoca post-sovietica, “Non morire prima di essere morto” su Boris Yeltsin. È stato anche attore e fotografo, la sua opera più recente è stata la poesia “La scuola di Beslan” sui tragici fatti in Ossezia.
Qualche anno fa scelsi di realizzare una raccolta di poesie ispirata ad Evtushenko e da Evtushenko per tutta una serie di argomenti da lui trattati in una sua vecchia raccolta che ebbi il piacere di leggere, e che tutt'ora possiedo, argomenti che hanno toccato il mio intimo: il tema del viaggio, l’amore, il ritorno alla terra, la perdita degli ideali, le donne, l’infanzia e la giovinezza, il legame con il paese natìo, certe sue riflessioni sulla vita. La raccolta doveva essere strutturata su tredici componimenti, ma nel corso del tempo è rimasta incompiuta. I componimenti realizzati, comunque, partono dalle citazioni prese da poesie di Evtushenko, a mo’ di rimandi. Ciascuno dei componimenti ha un titolo così strutturato: “Botta e risposta”. Segue un numero, il titolo della poesia di Evtushenko e della mia.
Scelsi come chiosa della raccolta la poesia di Evtushenko intitolata “La poesia ho infilato al ramo…”, dalla raccolta “Uomo solo” (1959-1961), a testimonianza del fatto che, in un mondo di ferocia, di attacchi ed aggressioni, un mondo di interventi crudi e diretti sulla libertà e i diritti dell’individuo, si spera che un certo tipo di arte riesca ancora a sollevare ventate di sdegno, riesca ad irradiare calore negli uomini, a scongiurare che le giovani generazioni si svuotino di ideali e di talenti. Con sullo sfondo i cupi scoppi delle bombe, con le soperchierie di coloro che detengono il potere nelle mani si continua a sperare che un giorno si riuscirà a scongiurare la nefasta eventualità di vivere in un pianeta soggiogato dalle cupe esplosioni delle atomiche e dalla grigia pioggia radioattiva, e si spera che l’umanità riuscirà a trovare la salvezza e il suo riscatto in una nuova, positiva e intensa percezione di colori, forme, foglie e odori del vento.
Decisi di accostare dei passi espunti dal romanzo "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera a far da cornice. Il punto che accomuna questi passi è dato da una riflessione sul kitsch legato ad una determinata gestione del potere, ma mi premeva altresì accompagnare il tutto anche da un componimento (da me tradotto dall'inglese) che mi fu regalato da una ragazza praghese con la quale corrispondevo prima dell'avvento dei social, e di cui serbo ancora un lieto ricordo. Perché? Resettiamoci, cancelliamo tutti i nostri falsi bisogni
e ricominciamo daccapo.
Chiudi gi
occhi, la corrente ti sta portando via un’altra volta, non perdere la speranza,
lasciati trasportare, tutti i fiumi portano al mare...
Forse la primavera è già cessata, come andare avanti? Lasciati trasportare, la brezza ti mostrerà la via nella confusione di altre strade, ragnatele intrappoleranno i tuoi polpacci, ma tu vai avanti...
Fino al punto in cui non ci saranno più strade, fino al punto in cui non ci saranno più uomini...
fino al nucleo, fino al midollo, fino a ciò che porta nutrimento ed ossigeno al vivente...
Solo allora afferrerai la vera essenza, capirai il vero dolore e la solitudine...
Solo allora potrai proseguire, purificato e nudo, fino a dove non ci sono più strade...
Forse la primavera è già cessata, come andare avanti? Lasciati trasportare, la brezza ti mostrerà la via nella confusione di altre strade, ragnatele intrappoleranno i tuoi polpacci, ma tu vai avanti...
Fino al punto in cui non ci saranno più strade, fino al punto in cui non ci saranno più uomini...
fino al nucleo, fino al midollo, fino a ciò che porta nutrimento ed ossigeno al vivente...
Solo allora afferrerai la vera essenza, capirai il vero dolore e la solitudine...
Solo allora potrai proseguire, purificato e nudo, fino a dove non ci sono più strade...
ECCO I PASSI ESPUNTI DAL ROMANZO DI KUNDERA:
[…] Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo
capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera
giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo
questa fede fondamentale accordo
categorico con l’essere.
Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita
dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, a meno che non vogliate
sostenere che la merda è immorale! Il disaccordo con la merda è metafisico. Il
momento della defecazione è la prova quotidiana dell’inaccettabilità della
Creazione. O l’uomo o l’altro: o la merda è accettabile (e allora non
chiudetevi a chiave nel bagno!), oppure il modo in cui siamo stati creati è
inaccettabile.
Da ciò deriva che l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e
dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si
chiama Kitsch.
E’ questa una parola tedesca nata alla metà del sentimentale
diciannovesimo secolo e poi propagatasi in tutte le lingue. A furia di usarla,
però, si è cancellato il suo significato metafisico originario: il Kitsch è la
negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il
Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è
essenzialmente inaccettabile.
[…] Il senatore sedeva al volante e guardava con aria sognante le quattro
figurine che correvano, poi si rivolse a Sabina: «Li guardi!» disse, e con la
mano descrisse un cerchio che doveva contenere lo stadio, il prato e i bambini:
«Questo è ciò che io chiamo felicità».
Dietro quelle parole non c’era soltanto la gioia perché i bambini
correvano e l’erba cresceva, ma anche una manifestazione di comprensione nei
confronti di una donna che veniva da un paese comunista dove, il senatore ne
era convinto, l’erba non cresceva e i bambini non correvano.
Ma proprio in quel momento Sabina si immaginò il senatore su una tribuna
in qualche piazza di Praga. Sul suo viso c’era lo stesso identico sorriso che
gli uomini di Stato comunisti rivolgevano dall’alto della loro tribuna ai
cittadini che sorridevano nello stesso identico modo giù nel corteo.
Come sapeva quel senatore che i bambini significano la felicità? Aveva
guardato nella loro anima? E se, non appena scomparsi alla sua vista, tre di
loro si fossero gettati sul quarto e avessero cominciato a picchiarlo?
Il senatore aveva un unico argomento a favore di quella affermazione: i
suoi sentimenti. Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da
obiettare. Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore.
I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da
poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch
non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle
immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria: la figlia
ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria
tradita, il ricordo del primo amore.
Il Kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La
prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta
l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!
E’ soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch.
La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla
base del Kitsch.
[…] Quando dico totalitario, voglio dire che tutto ciò che turba il
Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individualismo (perché ogni discordanza
è uno sputo in faccia alla fratellanza sorridente), ogni dubbio (perché chi
comincia a dubitare di una piccolezza finirà per dubitare della vita in quanto
tale), ogni ironia (perché nel regno del Kitsch ogni cosa deve essere presa con
assoluta serietà), e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo
che preferisce gli uomini alle donne, minacciando in tal modo il precetto
divino «crescete e moltiplicatevi».
[…] Nel regno del Kitsch totalitario, le risposte sono già date in
precedenza ed escludono qualsivoglia domanda. Ne deriva che il vero antagonista
del Kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande. Una domanda è come un
coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare
un’occhiata a ciò che si nasconde dietro. […] davanti c’è la menzogna
comprensibile e dietro, intravista, l’incomprensibile verità.
E’ però vero che quelli che lottano contro i regimi totalitari possono
difficilmente lottare con interrogativi e dubbi. Hanno anch’essi bisogno delle
loro certezze e verità semplici che siamo comprensibili al maggior numero di
persone e provochino una lacrimazione collettiva.
[…] Nel momento in cui il Kitsch è riconosciuto per la menzogna che è,
viene a trovarsi nel contesto del non-Kitsch. Perde in tal modo il suo potere
autoritario ed è commovente come qualsiasi altra debolezza umana. Perché
nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente al Kitsch. Per
quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione
umana.
L’origine del Kitsch è l’accordo categorico con l’essere.
Ma qual è il fondamento dell’essere? Dio? L’individuo? L’amore? L’uomo?
La donna?
Le opinioni sono diverse e perciò diversi sono anche i tipi di Kitsch:
cattolico, protestante, ebraico, comunista, fascista, democratico, femminista,
europeo, americano, nazionale, internazionale.
Dai tempi della Rivoluzione francese una metà dell’Europa viene chiamata sinistra, mentre l’altra metà riceve
l’appellativo di destra. E’ quasi
impossibile definire l’una o l’altra parte sulla base dei princìpi teorici sui
quali esse si appoggiano. Non c’è motivo di stupirsi: i movimenti politici non
si fondano su posizioni razionali ma su idee, immagini, parole, archetipi che
tutti insieme vanno a costituire questo o quel Kitsch politico. […] Dittatura del proletariato o democrazia?
Rifiuto della società dei consumi o aumento della produzione? Ghigliottina o
abolizione della pena di morte? Non è questo l’importante. Ciò che fa di un
uomo di sinistra un uomo di sinistra non è questa o quella teoria, ma la sua
abilità a far sì che qualunque teoria diventi una parte di quel Kitsch chiamato
Grande Marcia in avanti.
[…] Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch
è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio.
La conoscenza e l'informazione
Non possiamo, né vorremmo conoscere tutto:
non possiamo perché l'onniscienza non ci è concessa: non vorremmo perché ci
sono conoscenze abbastanza superflue - chi vorrebbe mai conoscere il numero
esatto dei capelli che hai in testa? [...] La nostra storia è segnata da
incessanti processi conoscitivi [...] trasmettiamo conoscenza gli uni agli
altri: grazie al linguaggio verbale, potenziato via via con tecniche sempre più
avanzate ed efficaci, a partire dall'invenzione della scrittura [...] Alcune
conoscenze "indesiderabili" non le troviamo sui media (le
mie pene d'amore, per esempio), mentre altre dobbiamo trovarle: sebbene
ci crei sgomento, essere portati a conoscenza dell'atto di violenza, anche più
efferato, consente di comprendere meglio le tante oscurità e complessità della
psiche e, al contempo, di sottoporre a verifica lo stesso concetto di
essere umano, chiedendoci fino a che punto riesce a spingersi il
nostro sprezzo per la "virtute", la nostra brutalità. A nuocere alla
conoscenza è invece la spettacolarizzazione, sempre più roboante,
dell'informazione e, in particolare, di quella relativa agli atti violenti,
rielaborati, sminuzzati, talmente fantasticati da apparirci come vere e
proprie fiction. Non solo il processo conoscitivo viene ostacolato (la spettacolarizzazione
di alcune informazioni è assai utile per celare altre informazioni), ma la realtà degli
atti violenti si tramuta di scatto in una realtà virtuale, che osserviamo
ossessivamente, in veste di voyeur, piuttosto che di soggetti
conoscenti. Le nostre eccitazioni divengono animalesche, mentre di umano ci
rimane la mera conoscenza della morte, accompagnata però dal "bisogno di
deviare la morte su altri", direbbe Elias Canetti [...]se da una parte è
vero che di atti violenti, grazie ai mass media, se ne sa davvero più che in
passato, dall'altra è falso, perché, oltre ai lettori, ci sono oggi molti più
bruti voyeur.
POESIE DELLA RACCOLTA
BOTTA E RISPOSTA N. 1
Distacco (1952, “Distacco”)
Il suono di un fischietto.
Il crescere del rumore.
Il treno passa come un lampo,
tra la polvere alta fino alla
cintola.
L’arcata di un viadotto.
L’ansa di un fiume.
Lontano – pioppi e campi di canapa
- balenare di fazzoletti colorati.
Ragazze con allegra malizia nello
sguardo,
il mercato, circondato
da dighe di orci luccicanti,
montagne di sacchi su carri,
catinelle piene
di fragole di giardino,
sirene di locomotive
intorno alle pompe degli scali,
vagoni,
marciapiedi
e pensiline di stazioni,
caselli ferroviari,
casette di legno,
pali del telegrafo,
villaggi,
cespugli,
ponti…
Abbiamo già preso posto.
[…]
Che senso
Ha lamentarsi perché ci attende un
nuovo disagio,
una nuova inquietudine?
Non te ne vai forse anche tu?
Ma tu, soltanto,
da una stazione diversa per diversa
strada…
Non m’importa che la gente
Di casa
Dica di me:
«Quando si stancherà,
alla fine,
di ripartire, di andar lontano,
sempre?...»
Sì, andarmene lontano, questo per me
ci vuole,
correre col treno,
rotolare con la neve,
incontrarti di nuovo
e poi di nuovo –
via! Partire.
A ogni nuova separazione,
sempre più ti avvicini.
A te
Io vengo
Per sentieri di cerca.
[…]
Blue Train
In memoriam: Robert Johnson
La notte è placida
Per chi si abbandona
Alla beata rassegnazione.
Ma per te la notte
Non è fatta per portar requie.
Odi il fischio del treno
Provenire da lontano.
Sogni di prendere il prossimo,
decidi di prendere il prossimo,
per non frenare
l’eterno tuo girovagare.
Due rette parallele
Contraddistinguono il tuo insaziabile
cammino,
la tua disperata fuga
verso il nuovo e l’ignoto.
Occhi taglienti,
schivo, timido e taciturno,
fai vibrare sei corde
e così ghermisci gli animi,
risvegli le passioni.
Hai scherzato col fuoco
Fino al giorno in cui
L’altrui gelosia non ti ha
avvelenato.
Morendo fra le braccia
Di padri putativi
E padri spirituali,
giunto all’ultima fermata dell’essere
hai battuto l’oblio
per assurgere a leggenda.
BOTTA E RISPOSTA N. 2
Così cominciò (1952, “Distacco)
[…]
Ma ai tuoi occhi su tutto dominava
Quell’unica cosa:
la cosa di cui, ora, sentivi forte la
mancanza,
e non potevi comunque sapere ancora
che cosa.
Volevi amore –
Amore vero,
senza trucco,
e comunque tu riesca adesso
a ingannare te stesso,
volevi – non negare! – un amore
felice,
e se questo non fosse stato
possibile,
ti saresti contentato anche di un
amore infelice:
ti bastava solo
che fosse l’amore…
Incompiuta
Sera d'ovatta,
Si solleva una nebbia leggera.
La mia anima ferita
Brama un po' di silenzio,
Mentre là fuori
Il clamore di tante risa,
Musica e parole
Mi ghermisce
Per dimenticare i dispiaceri.
Ricordo un tempo mite
Di occhi innamorati,
Fiduciosi guardavano al futuro,
Verso i caldi colori del tramonto...
BOTTA E RISPOSTA N. 3
In stracarichi tranvai… (1959, “Uomo solo”)
In stracarichi tranvai
Accalcandoci insieme,
dimenandoci insieme,
insieme barcolliamo. Uguali ci rende
una uguale stanchezza.
Di quando in quando c’inghiotte
Il metrò,
poi dalla bocca fumosa ci risputa il
metrò.
Per incerte strade, tra vortici
bianchi
Camminiamo, uomini accanto a uomini.
I nostri fiati si mescolano fra loro,
si scambiano e si confondono le orme.
Dalle tasche tiriamo fuori il
tabacco,
mugoliamo qualche canzonetta di moda.
Urtandoci coi gomiti,
diciamo scusa – o non diciamo niente.
[…]
Ognuno per conto suo, attraverso
Le nostre Sadowye, Lebjažie, Trubnye,
secondo un proprio itinerario
e senza conoscerci l’un l’altro
noi, sfiorandoci l’un l’altro,
andiamo…
Horror vacui
Se pareba boves, alba pratalia araba, et albo versorio
teneba, negro semen seminaba.
Sono uno scrittore,
L’autore di un libro
Le cui pagine sono bianche.
Cammino nella metafisica solitudine
Di vuote strade serali o domenicali,
Tra muri color d’ocra
Assaporando l’aria di primavera.
La brama di un sacro silenzio,
Il desiderio di una calma olimpica
Mi assalgono nel cercare riparo
Fra strati di buio e penombra.
Il clamore lontano,
Pur facendosi d’ovatta,
Ancor mi spaventa stasera.
Silenzio, shhh,
Solo questo ora voglio
Ed un sottofondo di liuto di Bach,
Due occhi come perle nere da
contemplare
Ed un morbido abbraccio
Nel quale avvolgere
Un po’ di fanciullesca innocenza
Che rifugge i vuoti valori
E la dignità morente
Di quel mondo di plastica là fuori.
BOTTA E RISPOSTA N. 4
Nel parco (1951-1953, “Distacco”)
[…]
E qual che sia il futuro che il mondo
m’apparecchia
Io gli perdono
E anzi l’amerò, sempre,
in grazia se non altro di questo:
che un giorno
l’ho guardato riflesso
nella felicità dei tuoi occhi.
Serotino chiarore
La sottile linea vermiglia
Incorniciata da un grazioso ovale
Piacevolmente si curva
Nella miocontrazione d'un sorriso.
Vivaci lampi turchini
Scrutano e indagano
Gioiosi il mondo.
Delicate mani
Fatte con le mani
Dalle quali una carezza vado bramando
Pensose s'incrociano nell'ascolto
E nella contemplazione.
Il minuto ed elegante sembiante
Muove passi di danza
Sul sentiero del mondo
Lasciando nell'aere
Tracce d'esperienze.
***
LA POESIA HO INFILATO AL RAMO… (dalla raccolta “Uomo solo”,
1959-1961, Evgenij Evtushenko)
La poesia
Ho infilato al ramo.
Sbatte,
non cede al vento.
Mi preghi:
«Toglila,
non scherzare.»
Viene qualcuno.
Guardano, incuriositi.
Non possiamo stare a discutere.
Andiamo, via.
«Ma la dimenticherai…»
Ma sì,
una nuova te ne scriverò domani.
Che importa una poesia perduta!
Al ramo non fa peso.
Quante poesie vorrai ti scriverò,
tanti alberi,
tante poesie.
Ma di te e di me, cosa sarà domani?
Oh,
se la via s’annuvola
un giorno ricorderemo che laggiù
in piena luce
l’albero
sventola
la poesia,
e ci diremo sorridendo:
«Andiamo.»
INVIDIA (dalla raccolta “Distacco”, 1952-1956, Evgenij Evtushenko)
Sono invidioso.
E’ un segreto
Che non ho mai rivelato a nessuno.
So che da qualche parte esiste
Un ragazzaccio di cui sono
Molto invidioso.
Lo invidio per come si batte –
Così audace e ingenuo
Al tempo stesso,
come io non fui mai.
Sono invidioso
Per come ride –
Di ridere così io non ero capace,
quando ero ragazzo.
Lui sempre pieno di sbucciature e
bozzi –
Io sempre più pettinato, più illeso.
Tutti quei passi, nei libri, che
leggendo io saltavo,
lui non li salta.
Anche in questo è più forte.
Sarà onesto,
ma di una feroce rettitudine,
se occorrerà lottare per la verità ed
il bene.
E là dove io ho gettato la penna, fra
me dicendo:
«Non ne vale la pena…»
«Certo che vale!» dirà lui,
e in mano riprenderà la penna.
Ciò che non potrà sciogliere,
lo taglierà.
Io, ciò che non sciolgo,
neppure lo taglio.
Se si innamorerà,
sarà un amore imperituro.
Io, sempre
Riproverò ad amare,
ma passerà l’amore.
La mia invidia, dissimulerò –
E sorridendo
Farfuglierò come un sempliciotto:
«Deve pur esserci, in questo mondo,
anche chi sbaglia,
chi vive, mi capisci,
nell’errore…»
Ma per quanto io mi sforzi
Di convincermi e fra me ripeta:
«Ognuno ha il suo destino…»
Non so dimenticare che
Da qualche parte esiste
Un ragazzaccio,
che saprà sempre avere
più di me.
***
Ad ogni buon conto, in chiusura di tutto, per una rilettura ed una riflessione sull'applicazione novecentesca pratica e pragmatica di un ideale e, alla luce della sua sconfitta, per passare al setaccio quanto c'è stato di buono e salvare il salvabile, suggerisco la lettura di un saggio del filosofo Slavoj Žižek, dal titolo "In difesa delle cause perse".



