
Ho
in mente quel quadro di René Magritte, “La chiave dei campi”, quello, per
intenderci, con la finestra rotta. I critici sono universalmente d’accordo nell’affermare
che si tratti di una riflessione sul binomio realtà-rappresentazione - in cui l’arte si inserisce come strumento di
investigazione e di interrogazione - e sul binomio interno-esterno. Il pittore
constatò l’impossibilità di una definizione e di una distinzione netta e logica
tra le due cose dal punto di vista della percezione. In altri dipinti dello
stesso artista in cui ricorre il tema della finestra, è come se le tele
bucassero le pareti e le immagini perforassero il supporto materiale del
cavalletto per mettere in comunicazione due identità che alla fin fine sono
identiche e pertanto indistinguibili. Poiché sui cocci di vetro in caduta si
riflettono i pezzi che vanno a ricomporre il mosaico della rappresentazione,
questo quadro-finestra si affaccia su un paesaggio, su un pezzo di mondo che è
l’esatto duplicato della rappresentazione. Ma
io vorrei aggiungere un’altra analisi, un’altra interpretazione. A mio modesto
avviso questa tela, questa raffigurazione pone una riflessione sul contrasto
tra due opposti, la finitezza umana da un lato e l’infinito dall’altro, con
nello specifico i nostri limiti nel proporre all’infinito le stesse immagini
secondo logiche immutate di linguaggio. Magritte
fu altresì l’autore del quadro “Il tradimento delle immagini”, quello per
intenderci, con la pipa e la scritta “Ceci n’est pas une pipe”, questa non è
una pipa. Quando i miei genitori vuotarono la casa della mia defunta nonna
paterna perché doveva essere messa in vendita, tra le svariate cose venne fuori
anche una vecchia caffettiera napoletana, praticamente inservibile perché al
suo interno mancava un componente per farla funzionare. Oggi questo oggetto è
un complemento puramente ornamentale di un ripiano della mia cucina, ma io
decisi di rappresentarla in fotografia, su una base e uno sfondo bianchi,
giocando con la luminosità e il contrasto, proprio come Magritte lavorò su una
pipa per dimostrare uno dei punti principali della sua filosofia: quello ossia
dell’assenza di connessione logica tra realtà oggettiva ed espressione verbale,
evidenziando in questa tela in cui è inserita appunto una scritta la relatività
dell’utilizzo delle parole. C’è un conflitto tra parola e immagine, che in
questo caso specifico va a erodere l’immagine convenzionale della pipa, la sua
idea comune e condivisa: il quadro non raffigura una pipa, bensì un’immagine di
quello che l’artista crede sia una pipa. Non
ho mai creduto nel potere taumaturgico della poesia, perché l’ho sperimentato
sulla mia pelle nel corso degli anni. Credo tuttavia in un bisogno di fare
poesia che costantemente si rinnova, come il bisogno alle radici della musica
americana di cantare blues affinché i cantori afroamericani avessero un mezzo
per esorcizzare i loro problemi e le loro sventure secondo modalità ereditate
in linea diretta dalla tradizione dei griots
dell’Africa occidentale, per ricercare, parafrasando il grande Antonio De
Curtis, quei “momenti minuscolini di felicità […] durante i quali si
dimenticano le cose brutte” perché la “felicità […] è fatta di attimi di
dimenticanza”, allo stesso modo in cui prendere coscienza del fatto che, come
disse Ennio Flaiano, “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono
cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume”. Parlando
di poesia è inevitabile fare anche una riflessione sul necessario processo
creativo. Penso che quando creiamo, nella nostra ricerca dell’originalità sia inevitabile comunque per noi mettere in atto un confronto con chi e con ciò che
ci ha preceduto. Prendiamo a prestito pezzi di cose già formulate e li
rielaboriamo per far nascere qualcosa di completamente nuovo, ma così facendo
creiamo connessioni, sinestesie, punti di congiunzione. Allora si conferma
ancora una volta l’assunto della legge della fisica della meccanica classica,
quella della conservazione della massa, formulata da Antoine-Laurent de
Lavoisier nel postulato che tutti conosciamo e che recita: “Nulla si crea,
nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La natura è impassibile e immobile, ma
il cambiamento è ineluttabile. Nel nostro naturale desiderio di rinominare le
cose dobbiamo per forza confrontarci con ciò che è già stato elaborato. Ma
se vogliamo veramente interpretare la realtà in
maniera efficace allora dovremmo recuperare un po’ di fascinazione per
la complessità. Il mondo corre, prende velocità, costringendoci ad adeguare
faticosamente i nostri ritmi biologici con i repentini cambiamenti della
tecnica; il mondo prende velocità costringendoci ad operare sintesi nel nostro
linguaggio, a ridurre tutto al minimo comun denominatore, resta il fatto
tuttavia che il mondo, a partire dalla sua storia, rimane qualcosa di
complesso. E allora la complessità serve a stimolare il nostro ragionamento, il
nostro pensiero, ci induce a controverificare. In tempi in cui regna la
menzogna, dire la verità è un vero e proprio atto rivoluzionario, come avrebbe detto
Ernesto “Che” Guevara. Poiché non possiamo esimerci dal parteggiare e dal
formulare opinioni, cerchiamo quanto meno sempre di validarle con basi
dialettiche e fattuali solide, per far sì che siano opinioni vere e proprie e
che possano essere considerate tali e che non siano spazzatura.
Tiepida
giornata
Di
sole primaverile.
Fioriscono
margherite
Denti
di leone,
nontiscordardime.
La
nonna in scala minore
A
spasso
Coi
suoi rimpianti
Al
guinzaglio
E
il suo fatalismo
Recita
il mantra:
bisogna
prendere
quello
che viene.
Ragazza
truce
Col
volto coperto
Non
crede nel destino
Erige
il muro
Della
sua dialettica
Imprime
passi d’acciaio
Su
fresca erba verde
E
antepone all’oro strame.
Causalità,
consequenzialità
Ma
poi
Il
vecchio filosofo narra
Dell’utilità
dell’inutile
E
la storiella
Della
via di mezzo.