venerdì 30 marzo 2018

Quaestiones disputatae


Ho in mente quel quadro di René Magritte, “La chiave dei campi”, quello, per intenderci, con la finestra rotta. I critici sono universalmente d’accordo nell’affermare che si tratti di una riflessione sul binomio realtà-rappresentazione -  in cui l’arte si inserisce come strumento di investigazione e di interrogazione - e sul binomio interno-esterno. Il pittore constatò l’impossibilità di una definizione e di una distinzione netta e logica tra le due cose dal punto di vista della percezione. In altri dipinti dello stesso artista in cui ricorre il tema della finestra, è come se le tele bucassero le pareti e le immagini perforassero il supporto materiale del cavalletto per mettere in comunicazione due identità che alla fin fine sono identiche e pertanto indistinguibili. Poiché sui cocci di vetro in caduta si riflettono i pezzi che vanno a ricomporre il mosaico della rappresentazione, questo quadro-finestra si affaccia su un paesaggio, su un pezzo di mondo che è l’esatto duplicato della rappresentazione. Ma io vorrei aggiungere un’altra analisi, un’altra interpretazione. A mio modesto avviso questa tela, questa raffigurazione pone una riflessione sul contrasto tra due opposti, la finitezza umana da un lato e l’infinito dall’altro, con nello specifico i nostri limiti nel proporre all’infinito le stesse immagini secondo logiche immutate di linguaggio. Magritte fu altresì l’autore del quadro “Il tradimento delle immagini”, quello per intenderci, con la pipa e la scritta “Ceci n’est pas une pipe”, questa non è una pipa. Quando i miei genitori vuotarono la casa della mia defunta nonna paterna perché doveva essere messa in vendita, tra le svariate cose venne fuori anche una vecchia caffettiera napoletana, praticamente inservibile perché al suo interno mancava un componente per farla funzionare. Oggi questo oggetto è un complemento puramente ornamentale di un ripiano della mia cucina, ma io decisi di rappresentarla in fotografia, su una base e uno sfondo bianchi, giocando con la luminosità e il contrasto, proprio come Magritte lavorò su una pipa per dimostrare uno dei punti principali della sua filosofia: quello ossia dell’assenza di connessione logica tra realtà oggettiva ed espressione verbale, evidenziando in questa tela in cui è inserita appunto una scritta la relatività dell’utilizzo delle parole. C’è un conflitto tra parola e immagine, che in questo caso specifico va a erodere l’immagine convenzionale della pipa, la sua idea comune e condivisa: il quadro non raffigura una pipa, bensì un’immagine di quello che l’artista crede sia una pipa. Non ho mai creduto nel potere taumaturgico della poesia, perché l’ho sperimentato sulla mia pelle nel corso degli anni. Credo tuttavia in un bisogno di fare poesia che costantemente si rinnova, come il bisogno alle radici della musica americana di cantare blues affinché i cantori afroamericani avessero un mezzo per esorcizzare i loro problemi e le loro sventure secondo modalità ereditate in linea diretta dalla tradizione dei griots dell’Africa occidentale, per ricercare, parafrasando il grande Antonio De Curtis, quei “momenti minuscolini di felicità […] durante i quali si dimenticano le cose brutte” perché la “felicità […] è fatta di attimi di dimenticanza”, allo stesso modo in cui prendere coscienza del fatto che, come disse Ennio Flaiano, “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume”. Parlando di poesia è inevitabile fare anche una riflessione sul necessario processo creativo. Penso che quando creiamo, nella nostra ricerca dell’originalità sia inevitabile comunque per noi mettere in atto un confronto con chi e con ciò che ci ha preceduto. Prendiamo a prestito pezzi di cose già formulate e li rielaboriamo per far nascere qualcosa di completamente nuovo, ma così facendo creiamo connessioni, sinestesie, punti di congiunzione. Allora si conferma ancora una volta l’assunto della legge della fisica della meccanica classica, quella della conservazione della massa, formulata da Antoine-Laurent de Lavoisier nel postulato che tutti conosciamo e che recita: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La natura è impassibile e immobile, ma il cambiamento è ineluttabile. Nel nostro naturale desiderio di rinominare le cose dobbiamo per forza confrontarci con ciò che è già stato elaborato. Ma se vogliamo veramente interpretare la realtà in  maniera efficace allora dovremmo recuperare un po’ di fascinazione per la complessità. Il mondo corre, prende velocità, costringendoci ad adeguare faticosamente i nostri ritmi biologici con i repentini cambiamenti della tecnica; il mondo prende velocità costringendoci ad operare sintesi nel nostro linguaggio, a ridurre tutto al minimo comun denominatore, resta il fatto tuttavia che il mondo, a partire dalla sua storia, rimane qualcosa di complesso. E allora la complessità serve a stimolare il nostro ragionamento, il nostro pensiero, ci induce a controverificare. In tempi in cui regna la menzogna, dire la verità è un vero e proprio atto rivoluzionario, come avrebbe detto Ernesto “Che” Guevara. Poiché non possiamo esimerci dal parteggiare e dal formulare opinioni, cerchiamo quanto meno sempre di validarle con basi dialettiche e fattuali solide, per far sì che siano opinioni vere e proprie e che possano essere considerate tali e che non siano spazzatura.


Tiepida giornata

Di sole primaverile.

Fioriscono margherite

Denti di leone,

nontiscordardime.

La nonna in scala minore

A spasso

Coi suoi rimpianti

Al guinzaglio

E il suo fatalismo

Recita il mantra:

bisogna prendere

quello che viene.

Ragazza truce

Col volto coperto

Non crede nel destino

Erige il muro

Della sua dialettica

Imprime passi d’acciaio

Su fresca erba verde

E antepone all’oro strame.

Causalità,

consequenzialità

Ma poi

Il vecchio filosofo narra

Dell’utilità dell’inutile

E la storiella

Della via di mezzo.