venerdì 20 luglio 2018

La malinconia della Filuzzi



La malinconia della Filuzzi è, per me, la malinconia dell’estate. Filuzzi, interpretazione squisitamente petroniana del genere ballo liscio tipicamente romagnolo. Mi infonde malinconia perché, volente o nolente, è legata ad un mondo che inizia a sfumare, e che sfumerà del tutto quando la generazione ad essa legata – e ai suoi ricordi – un domani non ci sarà più. Ricordi di un’Emilia uscita dalla guerra che voleva cancellare la memoria del conflitto con fiducia e positività; l’Emilia della nuova industrializzazione, della cooperazione, delle case del popolo e delle feste dell’Unità. L’Emilia delle balere che non esistono quasi più.

Giungono alle mie orecchie col vento una sera sul tardi le ultime note di valzer e mazurke di periferia, da una festa all’aperto a poco più di un chilometro in linea d’aria da casa mia.

La malinconia della Filuzzi è la malinconia dell’estate. Non amo ascoltare di mia volontà i tormentoni estivi, preferisco magari ascoltare “Estate” di Bruno Martino nell’interpretazione di Chet Baker, canzone dedicata ad una stagione effimera che, quando finisce, ci regala sempre l’amaro in bocca e un velo di malinconia. Un ristoratore di un posto di mare che ero solito frequentare un giorno mi disse, ridendo della sua estremizzazione, ma conservando al contempo un contegno di serietà: il Ferragosto è a mio avviso la porta dell’inverno. Lo dico perché ogni anno osservo i radicali cambiamenti d’umore nelle persone tra il 15 e il 16 di agosto.

Possiamo essere anche, osservati con una lieve piega di disappunto della bocca, giudicati come fossimo persone strane, amanti dell’inverno, del freddo e delle grigie giornate senza pioggia, ma avremo, comunque, pur sempre bisogno di un raggio di sole nella nostra vita ad infonderci il buonumore e a scaldare le nostre povere ossa.

La malinconia della Filuzzi è la malinconia dell’estate e anche la malinconia del monotono paesaggio padano, che in parte cambia anche contro la nostra volontà e questo ci provoca dispiacere, perché, in fin dei conti, anche se non possiede le peculiarità e la bellezza di altri paesaggi italici, noi questa piatta pianura la amiamo.

Lo stereotipo dell'emilianità




E’ tornata in onda la pubblicità di una nota casa di salumi che pubblicizza un prosciutto cotto senza grasso e una mortadella di pollo (!)

A riguardarlo a distanza di un po’ di tempo con occhi nuovi, sono spinto ad analizzare le incongruenze in essa contenute.

La pubblicità, beninteso, mette di buon umore: l’inquadratura si apre sul volo di una farfalla, con in sottofondo, le note di un motivetto che ricorda vagamente la musica di un film felliniano, farfalla che vola su un paesaggio agreste, con una bella casa di campagna adagiata ai piedi delle colline. Parte la voce fuori campo. Il paesaggio dovrebbe essere modenese, ma la voce parla invece con un marcato accento romagnolo, stereotipo con cui si tende a raffigurare l’emilianità a partire da un complice, un determinato cinema di genere nazionalpopolare. In secondo luogo, le colline sullo sfondo, a differenza del capoluogo emiliano, Bologna, non circondano immediatamente la città di Modena.

Terzo ed ultimo errore: la pubblicità non mette in campo elementi che possano suscitare legami con il territorio e la tradizione, due aspetti fondamentali da prendere assolutamente in considerazione quando si parla di cibo nel nostro Paese.

domenica 20 maggio 2018

Misantropia incompresa


Oggi, essendo domenica, ho deciso di gratificarmi andando a fare colazione al bar. Quel sentimento di misantropia che ero riuscito elegantemente a mettere da parte è magicamente e spontaneamente ricomparso al solo osservare il comportamento della gente che avevo intorno. Ma invece di sentirmi in colpa forse devo iniziare a pensare che non sono io il disagiato sociale. Rivalutiamo la misantropia come alto e nobile sentimento di chiaro disprezzo misto a schifo nei confronti della mediocrità che ci circonda, ossia tutte quelle monadi bipedi con QI che arrivano a malapena a due cifre e che credono di appartenere a buon diritto al genere umano, gente di una piccolezza imbarazzante, analfabeti funzionali incapaci di rispettare le più elementari regole alla base del vivere civile, ma in grado di avere un seguito e capaci magari di farsi eleggere per una carriera politica o di farsi strada a sgomitate per rivestire un qualche alto ruolo dirigenziale o di responsabilità in una società privata (i cosiddetti arrampicatori sociali). Sì, perché almeno noi misantropi siamo in grado di osservare le cose con cognizione e di esprimere giudizi morali. Il mondo è purtroppo un posto difficilissimo dove stare e se il genere umano è a rischio di estinzione, lo è purtroppo per quel genere di soggetti lì. Io non odio persona alcuna, beninteso, ma nel mio atteggiamento che rispecchia una filosofia di vita ricerco il distacco, cerco di tenermi lontano, alla larga da certa gente, ovvero quella cosiddetta massa di bifolchi, o da certe situazioni. Se questo post vi apparirà un tantino arrogante vorrà dire che non avrete colto l'intimo e l'intrinseco significato di ciò che tento di esprimere. Lasciamo fluire il nostro disagio, auspicando che un giorno possa essere veicolo di cambiamento. 
Fate un test con me e se rispondete vero alla maggior parte delle affermazioni vuol dire che forse, in fondo in fondo, apparteniamo alla stessa categoria.

La frase “quel locale è pieno di bella gente” ti ferisce come lo stridore del gesso sulla lavagna, il suono acuto della forchetta che graffia il piatto o il rumore di una persone che mastica rumorosamente.

Provi sollievo o gioia quando ti chiamano per disdire un appuntamento.

Quando ti chiedono perché non ti sei ancora sposato rispondi che "a pagare e a morire c'è sempre tempo".

Ogni volta che il tuo smartphone ti notifica qualcosa pensi “che rottura di coglioni”.

Come chi è sportivo perché guarda il calcio, tu sei socievole perché guardi le foto su Facebook delle/dei tipe/i carine/i.

Il tuo sogno è vivere di sussistenza in qualche sperduta isola della Micronesia.

L’idea di andare ad una festa ti provoca “la domenica dopo il sabato del villaggio”.

Hai un sacco di hobby che prevedono la più completa solitudine, come leggere, scrivere e pensare.

Daresti i bambini che strillano a quelli che preparano il kebab.

Quando passeggi, se scorgi da lontano un conoscente cambi strada come con i gatti neri.

venerdì 30 marzo 2018

Quaestiones disputatae


Ho in mente quel quadro di René Magritte, “La chiave dei campi”, quello, per intenderci, con la finestra rotta. I critici sono universalmente d’accordo nell’affermare che si tratti di una riflessione sul binomio realtà-rappresentazione -  in cui l’arte si inserisce come strumento di investigazione e di interrogazione - e sul binomio interno-esterno. Il pittore constatò l’impossibilità di una definizione e di una distinzione netta e logica tra le due cose dal punto di vista della percezione. In altri dipinti dello stesso artista in cui ricorre il tema della finestra, è come se le tele bucassero le pareti e le immagini perforassero il supporto materiale del cavalletto per mettere in comunicazione due identità che alla fin fine sono identiche e pertanto indistinguibili. Poiché sui cocci di vetro in caduta si riflettono i pezzi che vanno a ricomporre il mosaico della rappresentazione, questo quadro-finestra si affaccia su un paesaggio, su un pezzo di mondo che è l’esatto duplicato della rappresentazione. Ma io vorrei aggiungere un’altra analisi, un’altra interpretazione. A mio modesto avviso questa tela, questa raffigurazione pone una riflessione sul contrasto tra due opposti, la finitezza umana da un lato e l’infinito dall’altro, con nello specifico i nostri limiti nel proporre all’infinito le stesse immagini secondo logiche immutate di linguaggio. Magritte fu altresì l’autore del quadro “Il tradimento delle immagini”, quello per intenderci, con la pipa e la scritta “Ceci n’est pas une pipe”, questa non è una pipa. Quando i miei genitori vuotarono la casa della mia defunta nonna paterna perché doveva essere messa in vendita, tra le svariate cose venne fuori anche una vecchia caffettiera napoletana, praticamente inservibile perché al suo interno mancava un componente per farla funzionare. Oggi questo oggetto è un complemento puramente ornamentale di un ripiano della mia cucina, ma io decisi di rappresentarla in fotografia, su una base e uno sfondo bianchi, giocando con la luminosità e il contrasto, proprio come Magritte lavorò su una pipa per dimostrare uno dei punti principali della sua filosofia: quello ossia dell’assenza di connessione logica tra realtà oggettiva ed espressione verbale, evidenziando in questa tela in cui è inserita appunto una scritta la relatività dell’utilizzo delle parole. C’è un conflitto tra parola e immagine, che in questo caso specifico va a erodere l’immagine convenzionale della pipa, la sua idea comune e condivisa: il quadro non raffigura una pipa, bensì un’immagine di quello che l’artista crede sia una pipa. Non ho mai creduto nel potere taumaturgico della poesia, perché l’ho sperimentato sulla mia pelle nel corso degli anni. Credo tuttavia in un bisogno di fare poesia che costantemente si rinnova, come il bisogno alle radici della musica americana di cantare blues affinché i cantori afroamericani avessero un mezzo per esorcizzare i loro problemi e le loro sventure secondo modalità ereditate in linea diretta dalla tradizione dei griots dell’Africa occidentale, per ricercare, parafrasando il grande Antonio De Curtis, quei “momenti minuscolini di felicità […] durante i quali si dimenticano le cose brutte” perché la “felicità […] è fatta di attimi di dimenticanza”, allo stesso modo in cui prendere coscienza del fatto che, come disse Ennio Flaiano, “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume”. Parlando di poesia è inevitabile fare anche una riflessione sul necessario processo creativo. Penso che quando creiamo, nella nostra ricerca dell’originalità sia inevitabile comunque per noi mettere in atto un confronto con chi e con ciò che ci ha preceduto. Prendiamo a prestito pezzi di cose già formulate e li rielaboriamo per far nascere qualcosa di completamente nuovo, ma così facendo creiamo connessioni, sinestesie, punti di congiunzione. Allora si conferma ancora una volta l’assunto della legge della fisica della meccanica classica, quella della conservazione della massa, formulata da Antoine-Laurent de Lavoisier nel postulato che tutti conosciamo e che recita: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La natura è impassibile e immobile, ma il cambiamento è ineluttabile. Nel nostro naturale desiderio di rinominare le cose dobbiamo per forza confrontarci con ciò che è già stato elaborato. Ma se vogliamo veramente interpretare la realtà in  maniera efficace allora dovremmo recuperare un po’ di fascinazione per la complessità. Il mondo corre, prende velocità, costringendoci ad adeguare faticosamente i nostri ritmi biologici con i repentini cambiamenti della tecnica; il mondo prende velocità costringendoci ad operare sintesi nel nostro linguaggio, a ridurre tutto al minimo comun denominatore, resta il fatto tuttavia che il mondo, a partire dalla sua storia, rimane qualcosa di complesso. E allora la complessità serve a stimolare il nostro ragionamento, il nostro pensiero, ci induce a controverificare. In tempi in cui regna la menzogna, dire la verità è un vero e proprio atto rivoluzionario, come avrebbe detto Ernesto “Che” Guevara. Poiché non possiamo esimerci dal parteggiare e dal formulare opinioni, cerchiamo quanto meno sempre di validarle con basi dialettiche e fattuali solide, per far sì che siano opinioni vere e proprie e che possano essere considerate tali e che non siano spazzatura.


Tiepida giornata

Di sole primaverile.

Fioriscono margherite

Denti di leone,

nontiscordardime.

La nonna in scala minore

A spasso

Coi suoi rimpianti

Al guinzaglio

E il suo fatalismo

Recita il mantra:

bisogna prendere

quello che viene.

Ragazza truce

Col volto coperto

Non crede nel destino

Erige il muro

Della sua dialettica

Imprime passi d’acciaio

Su fresca erba verde

E antepone all’oro strame.

Causalità,

consequenzialità

Ma poi

Il vecchio filosofo narra

Dell’utilità dell’inutile

E la storiella

Della via di mezzo.