Non ricordo se fosse un libro di storia o di storia dell'arte. Gli anni della scuola dell'obbligo sono lontani e la memoria si fa via via sempre più offuscata. Fatto sta che la foto all'inizio di un capitolo di questa statua, così misteriosa, mi ha sempre affascinato.
L'Ombra della sera è una statuetta votiva etrusca, proveniente dall'antica Velathri, ovvero l'attuale Volterra, e ivi conservata al museo Guarnacci. La solenne e arroccata Volterra, attualmente nota per le maestranze che scolpiscono l’alabastro, era in epoca etrusca una delle più prestigiose città presenti nella nostra penisola; di questo suo lontano passato rimangono le vestigia in molte testimonianze architettoniche del centro storico, dalla Porta dell’Arco, alla Porta di Diana, alla cinta muraria, all’Acropoli.
Si dice che sia stato il poeta Gabriele D'Annunzio, che soggiornò per alcuni periodi a Volterra, ambientando anche il suo romanzo del 1910 dal titolo Forse che sì forse che no, a darle il nome "Ombra della sera", poiché nel guardarla gli venivano in mente le lunghe ombre del tramonto. Altri racconti farebbero risalire il nome ad alcuni contadini che poi si sbizzarrirono a giudicarlo un angelo e un demone, un portatore di ricchezze o un malaugurato messaggero di sventure.
Essa rappresenta una figura maschile nuda, con un'altezza di 57,5 cm, ma ciò che risalta maggiormente è la forma allungata del corpo, eccetto la testa, che mantiene le proporzioni esatte, e questo stile così moderno risulta sbalorditivo per una scultura etrusca; ricorda infatti l'artista contemporaneo Alberto Giacometti.
In questa figura viene sottolineata una bellezza che raggiunge quasi il soprannaturale, grazie ai tratti naturali del volto. I bronzisti di Volterra erano già noti nell'antichità per le grandi capacità manifatturiere e tecnologiche, che permettevano loro di fondere i minerali di rame delle Colline Metallifere con lo stagno, ottenendo il bronzo.
Con quello sguardo enigmatico, forse un sorriso, e quel ciuffo incongruo di fanciullo etrusco, l’Ombra della Sera da millenni sfida archeologici, scienziati, filosofi e letterati. E sembra chiedere con le parole del silenzio d’indovinare i tre interrogativi dell’umanità: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. C’era anche un quarto enigma da svelare, il più complicato, difficile e doloroso. La statua di bronzo, sottile e dall’aspetto di un extraterrestre, è stata veramente forgiata all’epoca dei lucumoni oppure è un falso realizzato nel Settecento o nell’Ottocento quando artisti e archeologi si divertivano a creare improbabili capolavori? Gli esperti si sono divisi, nei secoli dei secoli. E adesso, 2300 anni dopo, la verità è stata svelata grazie ai laboratori dell’Istituto di fisica applicata “N. Carrara” del Cnr di Firenze.
Sin dai tempi dell’acquisizione si è iniziato a porsi domande riguardo all’identità dell’effigiato, che probabilmente è un fanciullo, come si può desumere dai tratti infantili del viso, modellato come ex-voto, dunque appartenente al genere religioso. Un lare domestico dalle dimensioni non reali o forse un lemure, spirito dei morti, come scriveva Gori, una divinità giovanile, forse Tagete, dando spiegazione alla nudità che caratterizza nel mondo antico la figurazione degli dei. C’era una volta un contadino che arava un campo nei pressi di Tarquinia. Improvvisamente, da un solco più profondo del solito, vide sollevarsi una zolla che, come per magia, assunse le sembianze di un fanciullo alto e magro. Lo chiamò Tagete. Il fanciullo era dotato di grande saggezza e di virtù profetiche e visse soltanto il tempo necessario per insegnare agli Etruschi, accorsi sul luogo dove era nato, l’arte di predire il futuro, scomparendo poche ore dopo la sua miracolosa apparizione.
O come è riportato negli ultimi contributi non si è ancora in grado di sostenere in modo definitivo nessuna ipotesi, permettendo al ragazzino bronzeo volterrano di celare ancora parte di sé. E' l’immagine bronzea di un’anima di fanciullo che vola verso il cielo? È difficile crederlo poiché l’inclinazione del volto tende leggermente verso il basso e non verso l’alto. È plausibile credere che l’Ombra della Sera fosse la riproduzione della sagoma che una statuetta di efebo (forse legato da vincoli di parentela con l’artigiano) produceva con la luce solare mattutina e/o serotina.
L’abile e anonimo modellatore nascose nella sua realizzazione codici che rimandano al mondo romano: misurando in altezza due piedi romani, l’opera si avvicina a buon merito alle caratteristiche monumentali descritte da Plinio il Vecchio che obbligava al modulo di tre piedi, mentre comunemente i bronzetti decorativi avevano una misura nettamente inferiore. Ma ciò che ha colpito e colpisce l’osservatore è la grande attualità dell’opera, messa a confronto con Una Femme debout (1956) di Alberto Giacometti, maestro del Novecento scultoreo, debitore verso lo sconosciuto autore etrusco nella scelta delle sue figure filiformi. Il fuoco teorico di Giacometti sull'arte antica e sullo studio delle forme arcaiche è molto chiaro. Giacometti si rifletteva nelle forme dell'arte antica; cercava un legame tra il linguaggio arcaico e quello contemporaneo, che le sue opere presentano spesso, dalla metà degli anni venti, forme quasi astratte ma anche in qualche modo analoghe ad espressioni dell'arte antica, tanto che alcune opere sono state assimilate all'arte cicladica.
Giacometti aveva studiato tutto: Giotto a Padova, Tintoretto a Venezia, aveva visitato Roma, Firenze e Napoli. A Parigi si era avvicinato al cubismo e in seguito aveva partecipato attivamente al movimento surrealista.
Il suo interesse si era poi improvvisamente indirizzato verso lo studio della figura.
Questo nuovo orientamento, che restava comunque distante dal naturalismo, gli era costato l'allontanamento dal gruppo dei Surrealisti. Giacometti è come se volesse dimostrare che esiste una specie di memoria collettiva. Ma la scoperta di un archetipo dell'assoluto non è sufficiente a placare (se non forse solo temporaneamente), il senso di pena e di inquietudine dell'esistenza.
L'Ombra della Sera: un'opera che mostra il confondersi e la commistione tra reale e irreale, nell’allungamento esasperato della figura. Le impalpabili ombre hanno solo una parvenza di realtà quando il sole è poco discosto dallo Zenit; alla sera, invece, si allungano deformando l’immagine, proprio alla sera, quando a poco a poco la luce del giorno scema per lasciare spazio alle tenebre, momento prolungato in cui il reale si confonde con l’irreale, lasciando spazio al vagare libero dei sogni, senza i quali non sarebbe possibile affrontare il domani.
Questa non è l’unica statuetta affusolata riscontrabile nell’arte etrusca. Esistono almeno altri sette casi accertati e ben noti: si tratta di un bronzetto di uomo togato con braccia aperte e della cosiddetta “Dama etrusca del Louvre” raffigurante una donna con caratteri sessuali accentuati, pettinatura e tratti fisiognomici accurati, entrambi custoditi nell’omonimo museo parigino.
A Roma, al Museo Nazionale di Villa Giulia, si conservano altre cinque statuette allungate: due aruspici, riconoscibili dall’abito (tunica) e dal cappello appuntito; anche qui, come al Louvre, le statuette maschili presentano braccia sporgenti in atto tipicamente liturgico (preghiera o offerta). Due offerenti, uno coronato e uno giovane con capigliatura a ciocche regolari: entrambi presentano un accenno di vestito e portano doni. Una donna (dea?) con un serpente in mano è l’ultimo bronzetto della serie.
Una cosa è certa, la statua rappresenta al meglio i misteri della civiltà etrusca. Perché una forma così allungata, così esasperatamente stilizzata? Chi o cosa rappresenta quella figura? E perché la testa e i piedi della statua appaiono invece perfettamente proporzionati? Nella mitologia etrusca a noi nota, derivante da quella greca, non c’è traccia di un essere dalle caratteristiche simili. La statua fa pensare anche ai Giganti, presenti in innumerevoli mitologie, da quella greca a quella norrena, dalle tradizioni indù alle leggende native americane, fino addirittura alla Bibbia. Se i Giganti fossero un popolo estinto e dimenticato che ad un certo punto dell’evoluzione precedette l’umanità (o, semplicemente, coabitò con essa per poi sparire senza lasciare traccia: un popolo di origine terrestre, divina o…intergalattica)? Se i giganti sono infatti presenti in tante tradizioni anche così distanti tra di loro, cosa ci vieta di credere che ci sia una base comune di verità? Ogni civiltà della Terra ha descritto ad un certo punto della sua storia la presenza di giganti. Sono quindi davvero esistiti? È davvero esistito un popolo dalle caratteristiche fisiche così particolari?
La risposta è forse nascosta nella misteriosa origine degli Etruschi, talmente avvolta nel mistero da aver scatenato infinite teorie storiche e archeologiche, nonché una fiorente letteratura fantastica. Le notizie che ci provengono da fonti storiche sono infatti piuttosto discordanti: si parla di una provenienza orientale, riferita da Erodoto, secondo la quale avrebbero dapprima «oltrepassato molti popoli» e sarebbero infine arrivati «presso gli Umbri e nel loro paese costruirono 12 città», ma si parla anche di una provenienza settentrionale, riferita da Tito Livio, così come di una provenienza occidentale, riferita da Festo, secondo la quale gli Etruschi altro non sarebbero che una colonia distaccatasi dall’antica civiltà nuragica (Reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur. Quia Gens etrusca, Horta est Sardibus).
Resta il fatto che gli Etruschi apparvero improvvisamente nell’area oggi corrispondente alla nostra Toscana, Umbria e Lazio settentrionale: nel corso del VIII secolo le genti insediate in quel territorio passarono da una cultura poco più che primitiva ad un’organizzazione federale assolutamente moderna ed evoluta come quella etrusca con uno sviluppo incrementale assolutamente inspiegabile. Com’è avvenuto questo passaggio? I Villanoviani si evolsero nel giro di pochi decenni, furono assorbiti da una civiltà superiore e straniera, oppure ricevettero insegnamenti da una civiltà venuta da lontano, una civiltà sparita nel nulla proprio così com’era venuta? La riposta forse ce la può dare Platone che, nel brano del Crizia riportato all’inizio di quest’articolo, fa riferimento alla stirpe atlantidea. E un altro indizio Platone ce lo fornisce nel suo dialogo forse più celebre, il Timeo: “Ora, in cotesta isola Atlantide, venne su possanza di cotali re, grande e maravigliosa, che signoreggiavano in tutta l’isola, e in molte altre isole e parti del continente; e di qua dallo stretto, tenevano imperio sovra la Libia infino a Egitto, e sovra l’Europa infino a Tirrenia. […] Passando poi tempo, facendosi terremoti grandi e diluvii, sopravvegnendo un dí e una notte molto terribili, i guerrieri vostri tutti quanti insieme sprofondarono entro terra; e l’Atlantide isola, somigliantemente inabissando entro il mare, sí sparve.”
Dell’aspetto fisico degli abitanti di Atlantide conosciamo la descrizione che diede lo storico greco Teopompo di Chio, il quale narrò, nel libro VIII delle sue Filippiche, che esisteva un continente amplissimo che arrivava “al di là dei limiti della terra […] con immensi animali (gli elefanti descritti da Platone?) e uomini di statura doppia della nostra”. Le opere di Teopompo sono purtroppo andate perdute, ma alcuni frammenti ci sono giunti attraverso il filosofo greco Claudio Eliano di Preneste. “Il centauro Sileno descrive al Re le favolose ricchezze della terra di Meropide, che si allarga molto al di là delle Colonne d’Ercole, ai confini dell’oceano. Là, sotto un cielo quieto, vivevano i Meropidi, il cui proviene da quello della figlia di Atlante. Le città sono enormi, splendide, e l’oro e l’argento vi si trovano in misura tale che non vengono valutati più preziosi di quanto non lo siano gli alti metalli per i comuni mortali. Il re, meravigliato, domanda al sapiente umanoide come queste cose siano conosciute dai greci, e Sileno racconta che in tempi antichi i Meropidi erano arrivati sulle loro navi nella terra degli Iperborei, che stanno al di là del vento a nord….” Meropidi. Atlantidei. Giganti. Etruschi. Tanti nomi per uno stesso popolo? Forse il fanciullo proviene da un continente perduto.
Teniamo nuovamente a mente questo dato: l’Ombra della Sera misura in altezza 57,5 cm esclusa la base. Se l’ignoto artista avesse scolpito il corpo del fanciullo mantenendo le stesse proporzioni che osserviamo nella testa e nei piedi, la statuetta sarebbe stata alta circa 22 cm. Ebbene, l’ombra di qualsiasi oggetto di 22 cm si allunga al tramonto fino a raggiungere circa 60 cm, assumendo, ovviamente, una sua forma sproporzionatamente allungata. Una strana coincidenza, non trovate? Inoltre i piedi, la testa e le natiche della statua mostrano alcuni segni di usura, indizi di un suo probabile e prolungato mantenimento in posizione orizzontale. Forse la statua era stata ideata proprio perché rimanesse in tale posizione?
L'Ombra della sera è una statuetta votiva etrusca, proveniente dall'antica Velathri, ovvero l'attuale Volterra, e ivi conservata al museo Guarnacci. La solenne e arroccata Volterra, attualmente nota per le maestranze che scolpiscono l’alabastro, era in epoca etrusca una delle più prestigiose città presenti nella nostra penisola; di questo suo lontano passato rimangono le vestigia in molte testimonianze architettoniche del centro storico, dalla Porta dell’Arco, alla Porta di Diana, alla cinta muraria, all’Acropoli.
Si dice che sia stato il poeta Gabriele D'Annunzio, che soggiornò per alcuni periodi a Volterra, ambientando anche il suo romanzo del 1910 dal titolo Forse che sì forse che no, a darle il nome "Ombra della sera", poiché nel guardarla gli venivano in mente le lunghe ombre del tramonto. Altri racconti farebbero risalire il nome ad alcuni contadini che poi si sbizzarrirono a giudicarlo un angelo e un demone, un portatore di ricchezze o un malaugurato messaggero di sventure.
Essa rappresenta una figura maschile nuda, con un'altezza di 57,5 cm, ma ciò che risalta maggiormente è la forma allungata del corpo, eccetto la testa, che mantiene le proporzioni esatte, e questo stile così moderno risulta sbalorditivo per una scultura etrusca; ricorda infatti l'artista contemporaneo Alberto Giacometti.
In questa figura viene sottolineata una bellezza che raggiunge quasi il soprannaturale, grazie ai tratti naturali del volto. I bronzisti di Volterra erano già noti nell'antichità per le grandi capacità manifatturiere e tecnologiche, che permettevano loro di fondere i minerali di rame delle Colline Metallifere con lo stagno, ottenendo il bronzo.
Con quello sguardo enigmatico, forse un sorriso, e quel ciuffo incongruo di fanciullo etrusco, l’Ombra della Sera da millenni sfida archeologici, scienziati, filosofi e letterati. E sembra chiedere con le parole del silenzio d’indovinare i tre interrogativi dell’umanità: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. C’era anche un quarto enigma da svelare, il più complicato, difficile e doloroso. La statua di bronzo, sottile e dall’aspetto di un extraterrestre, è stata veramente forgiata all’epoca dei lucumoni oppure è un falso realizzato nel Settecento o nell’Ottocento quando artisti e archeologi si divertivano a creare improbabili capolavori? Gli esperti si sono divisi, nei secoli dei secoli. E adesso, 2300 anni dopo, la verità è stata svelata grazie ai laboratori dell’Istituto di fisica applicata “N. Carrara” del Cnr di Firenze.
Sin dai tempi dell’acquisizione si è iniziato a porsi domande riguardo all’identità dell’effigiato, che probabilmente è un fanciullo, come si può desumere dai tratti infantili del viso, modellato come ex-voto, dunque appartenente al genere religioso. Un lare domestico dalle dimensioni non reali o forse un lemure, spirito dei morti, come scriveva Gori, una divinità giovanile, forse Tagete, dando spiegazione alla nudità che caratterizza nel mondo antico la figurazione degli dei. C’era una volta un contadino che arava un campo nei pressi di Tarquinia. Improvvisamente, da un solco più profondo del solito, vide sollevarsi una zolla che, come per magia, assunse le sembianze di un fanciullo alto e magro. Lo chiamò Tagete. Il fanciullo era dotato di grande saggezza e di virtù profetiche e visse soltanto il tempo necessario per insegnare agli Etruschi, accorsi sul luogo dove era nato, l’arte di predire il futuro, scomparendo poche ore dopo la sua miracolosa apparizione.
O come è riportato negli ultimi contributi non si è ancora in grado di sostenere in modo definitivo nessuna ipotesi, permettendo al ragazzino bronzeo volterrano di celare ancora parte di sé. E' l’immagine bronzea di un’anima di fanciullo che vola verso il cielo? È difficile crederlo poiché l’inclinazione del volto tende leggermente verso il basso e non verso l’alto. È plausibile credere che l’Ombra della Sera fosse la riproduzione della sagoma che una statuetta di efebo (forse legato da vincoli di parentela con l’artigiano) produceva con la luce solare mattutina e/o serotina.
L’abile e anonimo modellatore nascose nella sua realizzazione codici che rimandano al mondo romano: misurando in altezza due piedi romani, l’opera si avvicina a buon merito alle caratteristiche monumentali descritte da Plinio il Vecchio che obbligava al modulo di tre piedi, mentre comunemente i bronzetti decorativi avevano una misura nettamente inferiore. Ma ciò che ha colpito e colpisce l’osservatore è la grande attualità dell’opera, messa a confronto con Una Femme debout (1956) di Alberto Giacometti, maestro del Novecento scultoreo, debitore verso lo sconosciuto autore etrusco nella scelta delle sue figure filiformi. Il fuoco teorico di Giacometti sull'arte antica e sullo studio delle forme arcaiche è molto chiaro. Giacometti si rifletteva nelle forme dell'arte antica; cercava un legame tra il linguaggio arcaico e quello contemporaneo, che le sue opere presentano spesso, dalla metà degli anni venti, forme quasi astratte ma anche in qualche modo analoghe ad espressioni dell'arte antica, tanto che alcune opere sono state assimilate all'arte cicladica.
Giacometti aveva studiato tutto: Giotto a Padova, Tintoretto a Venezia, aveva visitato Roma, Firenze e Napoli. A Parigi si era avvicinato al cubismo e in seguito aveva partecipato attivamente al movimento surrealista.
Il suo interesse si era poi improvvisamente indirizzato verso lo studio della figura.
Questo nuovo orientamento, che restava comunque distante dal naturalismo, gli era costato l'allontanamento dal gruppo dei Surrealisti. Giacometti è come se volesse dimostrare che esiste una specie di memoria collettiva. Ma la scoperta di un archetipo dell'assoluto non è sufficiente a placare (se non forse solo temporaneamente), il senso di pena e di inquietudine dell'esistenza.
L'Ombra della Sera: un'opera che mostra il confondersi e la commistione tra reale e irreale, nell’allungamento esasperato della figura. Le impalpabili ombre hanno solo una parvenza di realtà quando il sole è poco discosto dallo Zenit; alla sera, invece, si allungano deformando l’immagine, proprio alla sera, quando a poco a poco la luce del giorno scema per lasciare spazio alle tenebre, momento prolungato in cui il reale si confonde con l’irreale, lasciando spazio al vagare libero dei sogni, senza i quali non sarebbe possibile affrontare il domani.
Questa non è l’unica statuetta affusolata riscontrabile nell’arte etrusca. Esistono almeno altri sette casi accertati e ben noti: si tratta di un bronzetto di uomo togato con braccia aperte e della cosiddetta “Dama etrusca del Louvre” raffigurante una donna con caratteri sessuali accentuati, pettinatura e tratti fisiognomici accurati, entrambi custoditi nell’omonimo museo parigino.
A Roma, al Museo Nazionale di Villa Giulia, si conservano altre cinque statuette allungate: due aruspici, riconoscibili dall’abito (tunica) e dal cappello appuntito; anche qui, come al Louvre, le statuette maschili presentano braccia sporgenti in atto tipicamente liturgico (preghiera o offerta). Due offerenti, uno coronato e uno giovane con capigliatura a ciocche regolari: entrambi presentano un accenno di vestito e portano doni. Una donna (dea?) con un serpente in mano è l’ultimo bronzetto della serie.
Una cosa è certa, la statua rappresenta al meglio i misteri della civiltà etrusca. Perché una forma così allungata, così esasperatamente stilizzata? Chi o cosa rappresenta quella figura? E perché la testa e i piedi della statua appaiono invece perfettamente proporzionati? Nella mitologia etrusca a noi nota, derivante da quella greca, non c’è traccia di un essere dalle caratteristiche simili. La statua fa pensare anche ai Giganti, presenti in innumerevoli mitologie, da quella greca a quella norrena, dalle tradizioni indù alle leggende native americane, fino addirittura alla Bibbia. Se i Giganti fossero un popolo estinto e dimenticato che ad un certo punto dell’evoluzione precedette l’umanità (o, semplicemente, coabitò con essa per poi sparire senza lasciare traccia: un popolo di origine terrestre, divina o…intergalattica)? Se i giganti sono infatti presenti in tante tradizioni anche così distanti tra di loro, cosa ci vieta di credere che ci sia una base comune di verità? Ogni civiltà della Terra ha descritto ad un certo punto della sua storia la presenza di giganti. Sono quindi davvero esistiti? È davvero esistito un popolo dalle caratteristiche fisiche così particolari?
La risposta è forse nascosta nella misteriosa origine degli Etruschi, talmente avvolta nel mistero da aver scatenato infinite teorie storiche e archeologiche, nonché una fiorente letteratura fantastica. Le notizie che ci provengono da fonti storiche sono infatti piuttosto discordanti: si parla di una provenienza orientale, riferita da Erodoto, secondo la quale avrebbero dapprima «oltrepassato molti popoli» e sarebbero infine arrivati «presso gli Umbri e nel loro paese costruirono 12 città», ma si parla anche di una provenienza settentrionale, riferita da Tito Livio, così come di una provenienza occidentale, riferita da Festo, secondo la quale gli Etruschi altro non sarebbero che una colonia distaccatasi dall’antica civiltà nuragica (Reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur. Quia Gens etrusca, Horta est Sardibus).
Resta il fatto che gli Etruschi apparvero improvvisamente nell’area oggi corrispondente alla nostra Toscana, Umbria e Lazio settentrionale: nel corso del VIII secolo le genti insediate in quel territorio passarono da una cultura poco più che primitiva ad un’organizzazione federale assolutamente moderna ed evoluta come quella etrusca con uno sviluppo incrementale assolutamente inspiegabile. Com’è avvenuto questo passaggio? I Villanoviani si evolsero nel giro di pochi decenni, furono assorbiti da una civiltà superiore e straniera, oppure ricevettero insegnamenti da una civiltà venuta da lontano, una civiltà sparita nel nulla proprio così com’era venuta? La riposta forse ce la può dare Platone che, nel brano del Crizia riportato all’inizio di quest’articolo, fa riferimento alla stirpe atlantidea. E un altro indizio Platone ce lo fornisce nel suo dialogo forse più celebre, il Timeo: “Ora, in cotesta isola Atlantide, venne su possanza di cotali re, grande e maravigliosa, che signoreggiavano in tutta l’isola, e in molte altre isole e parti del continente; e di qua dallo stretto, tenevano imperio sovra la Libia infino a Egitto, e sovra l’Europa infino a Tirrenia. […] Passando poi tempo, facendosi terremoti grandi e diluvii, sopravvegnendo un dí e una notte molto terribili, i guerrieri vostri tutti quanti insieme sprofondarono entro terra; e l’Atlantide isola, somigliantemente inabissando entro il mare, sí sparve.”
Dell’aspetto fisico degli abitanti di Atlantide conosciamo la descrizione che diede lo storico greco Teopompo di Chio, il quale narrò, nel libro VIII delle sue Filippiche, che esisteva un continente amplissimo che arrivava “al di là dei limiti della terra […] con immensi animali (gli elefanti descritti da Platone?) e uomini di statura doppia della nostra”. Le opere di Teopompo sono purtroppo andate perdute, ma alcuni frammenti ci sono giunti attraverso il filosofo greco Claudio Eliano di Preneste. “Il centauro Sileno descrive al Re le favolose ricchezze della terra di Meropide, che si allarga molto al di là delle Colonne d’Ercole, ai confini dell’oceano. Là, sotto un cielo quieto, vivevano i Meropidi, il cui proviene da quello della figlia di Atlante. Le città sono enormi, splendide, e l’oro e l’argento vi si trovano in misura tale che non vengono valutati più preziosi di quanto non lo siano gli alti metalli per i comuni mortali. Il re, meravigliato, domanda al sapiente umanoide come queste cose siano conosciute dai greci, e Sileno racconta che in tempi antichi i Meropidi erano arrivati sulle loro navi nella terra degli Iperborei, che stanno al di là del vento a nord….” Meropidi. Atlantidei. Giganti. Etruschi. Tanti nomi per uno stesso popolo? Forse il fanciullo proviene da un continente perduto.
Teniamo nuovamente a mente questo dato: l’Ombra della Sera misura in altezza 57,5 cm esclusa la base. Se l’ignoto artista avesse scolpito il corpo del fanciullo mantenendo le stesse proporzioni che osserviamo nella testa e nei piedi, la statuetta sarebbe stata alta circa 22 cm. Ebbene, l’ombra di qualsiasi oggetto di 22 cm si allunga al tramonto fino a raggiungere circa 60 cm, assumendo, ovviamente, una sua forma sproporzionatamente allungata. Una strana coincidenza, non trovate? Inoltre i piedi, la testa e le natiche della statua mostrano alcuni segni di usura, indizi di un suo probabile e prolungato mantenimento in posizione orizzontale. Forse la statua era stata ideata proprio perché rimanesse in tale posizione?

Nessun commento:
Posta un commento