martedì 12 settembre 2017

JEMO, JIMO E JAMO


Immaginate un anconetano, un maceratese, un fermano, un sangiorgese, un cameranense e un ascolano che a un certo punto decidano di muoversi per andare da qualche parte.
L’anconetano proporrà: n’àmo? Il Cameranense incalzerà ndu ndam? Il maceratese obietterà: jimo! Al che il fermano proporrà: jamo! E il sangiorgese non rinuncerà a dire la sua: jemo! E infine l’ascolano dirà: I'so ghià itë! Avranno tutti l’idea di andare, ma non comprendendosi affatto tra loro rimarranno nello stesso posto.
Forse è per questa indomabile persistenza di svariate forme linguistiche sul territorio che i marchigiani, come fecero Matteo Ricci o Giuseppe Tucci, quando partono per grandi imprese se ne vanno sempre da soli.
Poche regioni come le Marche presentano una tale ricchezza vernacolare. Le varianti linguistiche delle Marche arrivano quasi ad essere addirittura superiori al numero dei comuni di questa regione, presentando mutazioni fonetiche e grammaticali nel giro di pochissimi chilometri, andando a creare una sorta di magnifica Babele di “micro-lingue regionali”.
I dialetti delle Marche, una regione al plurale sotto diversi punti di vista, tentando di fare una semplificazione, sono articolati in quattro distinte sezioni: la settentrionale, linguisticamente appartenente al gruppo dei dialetti gallo-italici (Pesaro, Fano, Urbino, Senigallia, parlate che, con le dovute differenze, richiamano direttamente il romagnolo parlato sul versante riminese per via dell'antica presenza sul territorio dei Galli Senoni, tuttavia, la città di Pergola rappresenta una stranissima eccezione,
mostrando varianti legate al dialetto eugubino); la sezione di transizione (fascia della parlata "anconitana", che si dice sia nata nell’antico Rione Porto fondendo le parlate di marinai e viaggiatori; l’anconitano muta sensibilmente nell’area di Osimo-Recanati; in quella di Jesi-Cupramontana; e in quella di Fabriano-Arcevia, dove gli influssi umbri
sono notevoli) con dialetti affini a quelli  dell’Umbria e della Toscana, con però alcuni centri come Camerano, Sirolo, Numana e le campagne del Conero manifestano tratti comuni al pesarese, pur trovandosi a ridosso di Ancona, mentre Senigallia (con Ripe, Monterado, Castel Colonna) è un’isola a parte in cui si mescolano i linguaggi gallici e piceni; la sezione centrale, o maceratese–fermano–camerte, comprendente la provincia di Macerata e la parte settentrionale (a nord del fiume Aso) della provincia di Fermo, quella che segna il passaggio da el gatto al piceno lu gattu. La variante più arcaica è parlata nella zona camerte, mentre le varianti maceratese e fermana si distinguono non tanto per motivi morfosintattici quanto fonetici, relativamente alla intonazione. Vi sono poi le zone di confine: come Filottrano e Montefano, dove il maceratese si mescola all’anconitano; o Campofilone, Montefiore dell’Aso e Carassai, dove il fermano si mescola all’ascolano.
Infine la sezione meridionale "aso-truentina" (a sud dell’Aso), afferente alla provincia di Ascoli Piceno, che va assegnata al gruppo dei dialetti dell’Italia meridionale. Variante ben diversa dal resto delle parlate marchigiane, poiché qui il latino giunse attraverso la Salaria e perciò, in luogo del sostrato umbro-toscano dei dialetti Piceni, presenta un
retroterra sabellico, tipico dell’Italia del Sud.
Delle quattro sezioni, la più omogenea e la più fedele alle origini latine, è la sezione maceratese–fermano–camerte; in quest’area, originariamente popolata dai preindoeuropei Piceni, si sovrapposero gli indoeuropei Umbri, la cui presenza sul territorio è attestata sin dal VI – V secolo a. C. dalle iscrizioni dette protosabelliche, ma in realtà paleoumbre che sono state definite dai linguisti “i più antichi documenti di una tradizione linguistica italica”. Il latino appreso e adottato dagli Umbri fra Appenino e Adriatico fra Esino e Aso suonò più schietto di quello dei Galli del nord e dei Sabelli a sud.
Gli studi scientifici sulla fonetica e sulla grafia condotti dal 1930 dall'Università di Macerata, hanno permesso ai glottologi di affermare che il maceratese-fermano-camerte è il dialetto più antico d'Italia, o per meglio dire lingua, in quanto più di uno studioso ha potuto affermare che i dialetti siano una lingua vera e propria, avendo la stessa struttura di altre lingue, anche se più sofisticate. 
Le desinenze latine nel maceratese-fermano-camerte si ritrovano ancora oggi nel parlato quotidiano: apocopi della sillaba finale, come lu postì, lo pa', lu dottò, rafforzamenti fonosintattici di particolari espressioni, come "che ffai?" e metaforesi di alcune parole come lu padrò e la padrona. Se i vari dialetti vengono analizzati con rigore scientifico si riesce ad apprendere come essi abbiano una complessità di regole e di caratteristiche che li rendono lingue a tutti gli effetti, da tutelare perché affascinanti depositari di valori storici e culturali.

Fatto il dovuto cappello vorrei soffermarmi un attimo sulla variante mediana maceratese-fermana-camerte. Senza la pretesa di voler trattare le cose troppo diffusamente in questa sede, mi preme fornire alcune caratteristiche peculiari, in conclusione, delle parlate.

Vocali atone mediane: nell’interno della parola le vocali atone si mantengono, ma per una spinta all’armonizzazione esercitata da “i” e “u” finali della sillaba seguente, ogni “e” diventa “i” e ogni “o” passa a “u”: esempio da ferita a firita, da possiamo a putimo.

Vocali atone iniziali: la stabilità delle vocali in fine di parola provoca spesso la caduta della vocale atona iniziale della parola: te spètto (ti aspetto).

Consonantismo: il tratto più cospicuo dell’eredità osco – umbra, comune peraltro a gran parte dell’Italia centro meridionale, è costituito dalle ben note assimilazioni di ND, che passa a NN: quando diventa “quanno”. L’azione assimilatrice della nasale provoca la sonorizzazione di tutte le consonanti sorde che la seguono: quanto può passare a “quando”, allo stesso modo montare diventa “mondà”. Al passaggio da NT a ND si affiancano i passaggi analoghi da MP a MB (cambu, invece di campo), da NK a NG (angora per “ancora”), da NG a GN (piagne a posto di piange).

Palatalizzazione consonantica. E’ tratto caratteristico del passaggio dal latino classico al volgare determinato ad ottenere il migliore risultato con il minimo sforzo. Il primo passo è stato fatto dalla vocale “i”: IRE diventa Jire, con j semiconsonantica.

Apocope della sillaba finale: in finale di parola, cadono il “re” dell’infinito di tutti i verbi, es. magnà al posto di mangiare; il “ne” di voci terminanti in –ane, -ene, -one (es pà al posto di pane). Nel vocativo è frequentissima l’apocope, anche di parole non polisillabe, come “mà” (mamma) o “và” (babbo) o “dottò” (dottore).

Rafforzamento sintattico: riguarda la consonante iniziale di molte parole; in genere di quelle che, in latino, finivano con una consonante. Esempio: a ccasa per “a casa”, “io e tté” per “io e te”.

Coniugazione verbale: Un tratto tipico del dialetto considerato è l’identificazione delle forme della 3a persona plurale con quelle della 3a singolare: es. c’è mille cose da fa (ci sono mille cose da fare).

Morfologia e sintassi: il neutro; il tratto che con maggiore evidenza caratterizza i dialetti dell'area maceratese-fermana-camerte è la compresenza dei tre generi latini, maschile, femminile e neutro, distinti dalla desinenza “u” per il maschile, “a” per il femminile e “o” per il neutro. Ad esempio per l’aggettivo giusto, si dice “adè justo” per “è cosa giusta”, mentre “adè justu”, per “egli è giusto”.

Lessico: repertorio di alcune forme lessicali latine obliterate o disusate in italiano, ma continuate nei dialetti dell'area maceratese-fermana-camerte. Ammò (ora), birocciu (carro agricolo a due ruote), ffiarà (bruciacchiare, avvampare), fìttulu (piolo da conficcare nel terreno), forasticu (non socievole, selvatico), frìsculu (frantoio di olive), néngue (nevica) papella (farfalla), pèrzica (pesca), pondecana (topo di fogna), réjeca (piccola quantità), rognecà (brontolare), stabbio (letame), stricà (sbriciolare), strinà (asciugare al freddo, avere freddo), tùtulu (torso della pannocchia del granoturco), uru (orlo), zinà anche zinale (grembiule).

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