Tour del Portogallo dal 22 al 28 agosto 2016.
Itinerario: Lisbona – Cascais – Sintra - Cabo da
Roca – Obidos – Nazarè – Alcobaça – Coimbra –Aveiro –Porto – Guimãraes – Batalha - Lisbona.
“La campagna o la natura non mi possono dare niente
che valga la maestà irregolare della città tranquilla, sotto il chiaro di luna,
vista dalla Graça o da S. Pedro de Alcantare. Non ci sono per me fiori come il
ricco cromatismo di Lisbona sotto il sole.”
(Fernando Pessoa – Diario dell’inquietudine)
Mi desto nel
cuore della notte dopo un temporale estivo. Mi accompagnano all’aeroporto
Marconi di Bologna. Check-in e imbarco al gate affollatissimi, giusto il tempo
di prendere un caffè prima di salire sull’aereo. A dire il vero giungo a
Lisbona quasi allo scoccare del mezzodì, in quanto col viaggio faccio un giro
dell’oca via Amsterdam, ma all’aeroporto di Schiphol non sosto molto, giusto il
tempo di andare alla toilette prima di prendere l’altro aeromobile. L’aereo,
prima dell’atterraggio in una città calda e soleggiata, ci concede una vista
mozzafiato virando dalla foce del Tago per un tratto d’oceano. All’aeroporto,
l’autista che mi deve accompagnare in albergo parla solo portoghese, ma nella
conversazione riusciamo ad intenderci benino ugualmente. Il tempo di una doccia
e di un cambio d’abito e poi l’incontro con il nostro Virgilio, un tizio
italiano che vive a Lisbona, che accompagnerà me e il resto del gruppo composto
da persone provenienti da varie parti d’Italia per il resto della settimana.
Avendo il pomeriggio libero, mi suggerisce qualche giretto. Prendo un taxi in
direzione Praça do Comercio, pieno centro città. Il tassista, che ascolta
alcuni appassionati brani di fado in sottofondo, lungo il tragitto, in un misto
di inglese e portoghese si lamenta dei continui lavori stradali. Mi scarica
davanti alla piazza e subito alla mia destra si apre la visuale del fiume,
grande come un mare e che odora quasi di mare, essendo prossimo a sfociare
nell’oceano. Decido di vergere sull’Elevador de Santa Justa per scattare
qualche foto panoramica e fermarmi a mangiare qualcosina in quota prima di
raggiungere A Brasileira, il famoso caffè storico dove si recava spesso
Fernando Pessoa (davanti al locale c’è una sua statua). E’ d’uopo consumare un
buonissimo caffè al costo di 70 centesimi e scattare qualche foto al locale.
Dopodiché, essendo quasi subito stanco di camminare, decido di fare un tour in
calessino. Domando una cosa in inglese ad una ragazza a bordo di uno dei
trabiccoli e lei subito di rimando mi chiede la provenienza. Scopro così che
lei è italiana, di Como, trasferita a Lisbona per lavoro. Invece del solito
tram, che mi sembrava più una pataccata per turisti, faccio quindi con lei il
saliscendi lungo questa città sorta su 7 colli, come Roma capitale dell’Impero
che era giunto sin qui per dominare. Fra una sosta e l’altra lungo i vari
belvedere, mi porta infine fino al punto più alto della città, da dove posso
godere di una vista panoramica a 180 gradi sulla città. La bella ragazza dai
fulvi capelli mi spiega che la particolarità di questa città è che ogni
quartiere ha un’anima e che dal Miradouro, dove ora ci troviamo, il tramonto
porta con sé colori sempre diversi. Ma devo rientrare in albergo, ne approfitto
per un riposino prima di cena. Questa sera ci sarà il briefing con la guida e
conoscerò il resto del gruppo; c’è da discutere sul da farsi il giorno
successivo. Per stasera niente movida. Cena e a nanna presto, per recuperare le
forze.
La mattinata
inizia con un giro nei quartieri di Baixa Pombalinha e Alfama. Lisbona fu distrutta
da un terremoto nel 1755 e questa zona, l’unica pianeggiante della città come
suggerisce la prima parte del toponimo, dimostra con i suoi viali lunghi e
dritti come si può razionalmente ricostruire un quartiere dopo una catastrofe
naturale. Alfama, dall’arabo “fonte di acqua calda” (qui, nel Medioevo, c’erano
le terme) fu invece ricostruita nello stile moresco con cui venne concepita,
con il suo dedalo di strette viuzze che è un saliscendi. Il quartiere è
disseminato di case tipiche ricoperte di azulejos, le famose piastrelle
portoghesi, e molte case sono ricoperte da piante di basilico ornamentale. E’
una zona popolare, dove la maggior parte delle persone abita qui da
generazioni. Gli affitti delle case sono bassi, ma essendo che adesso molti
artisti stanno ripopolando il quartiere, il prezzo delle case sta salendo.
Passiamo attraverso il quartiere del nostro albergo, Alcantara, per andare a
Belem a visitare l’omonima torre, prima di vergere su Cascais, rinomata città
di villeggiatura sull’oceano. Lungo il tragitto posso vedere come il fiume
piano piano va ricongiungendosi con l’oceano e le acque, dolce e salata, si
mescolano per una ventina di chilometri creando un ambiente salmastro. Lungo la
strada vedo comparire le prime calette e vedo apparire palme e banani. A
Cascais, col tempo caldo e soleggiato, mi accoglie il profumo delle sarde alla
griglia. Dopo pranzo faccio una passeggiata lungo la marina e prima di
ripartire per Sintra mi fermo presso la gelateria di Franco Lupi, un italiano
che da generazioni tramanda l’arte gelatiera italiana a Cascais. Prima di
arrivare a Sintra ci fermiamo a Cabo da Roca. C’è vento e il suo faro che si
affaccia sull’oceano ricorda che qui siamo nel punto più occidentale del
continente europeo. L’impressione dell’oceano che non avevo avuto a Cascais la
ricevo qui e mi commuovo. L’ambiente che mi circonda mi ricorda in questo luogo
“sacro” che siamo solo ospiti e di passaggio su questa terra e che dovremmo
rispettare la natura. Penso agli antichi romani, che non venivano mai qui al
tramonto, perché credevano che il sole si estinguesse letteralmente andando
piano piano a cadere nelle acque dell’oceano e, così facendo, producesse quel
suono che era necessario agli dei per riposare. Giungiamo a Sintra per la
visita del palazzo estivo dei re del Portogallo e prima di ripartire mi fermo
in una pasticceria ad assaggiare i travesseiros (alla lettera cuscini), i
tipici dolci locali. Durante il tragitto di ritorno, mentre attraversiamo una
porzione dell’immenso parco di Monsanto di 900 ettari, che è il polmone verde
di Lisbona e mentre passiamo sotto al Ponte del 25 aprile, che quest’anno ha
compiuto 50 anni, la guida ci racconta alcune cose sulla situazione attuale del
Portogallo. Il governo ha annunciato che il tasso di disoccupazione è sceso
sotto le 500.000 unità su una popolazione di 10 milioni di abitanti, ma tanti
sono emigrati in cerca di lavoro e c’è una percentuale della popolazione che il
lavoro ha smesso di cercarlo. Ci parla degli stipendi medi dei lavoratori,
ancora bassi. Si attestano sui 600-700 euro mensili, ma il prezzo dei
carburanti e dei pedaggi autostradali è simile all’Italia, mentre le auto
costano ancora di più che nel nostro paese per via delle tasse che lo Stato
applica sull’acquisto delle vetture. Il cibo tuttavia è e rimane a buon
mercato. Durante il viaggio si è discusso un po’ anche di attualità politica.
Senza scendere in facili demagogie, i parlamentari portoghesi (il sistema è
monocamerale e i membri sono 215) guadagnano poco più di 3000 euro al mese. I
principali partiti sono il partito socialdemocratico, che a dispetto del nome è
un partito di centro-destra, il partito cattolico di destra conservatrice, il
partito socialista, il partito comunista e il Blocco di Sinistra, nato 20 anni
fa da una scissione dal PCP per mano di un gruppo di giovani che non
intravedevano possibilità di crescita nel partito (sono di ispirazione
marxista-leninista). Il PCP prende il 5% dei consensi. C’è un governo di
coalizione che vede uniti socialisti, comunisti e Bloco de Esquerda. E proprio
questi ultimi due partiti fanno da ago della bilancia nelle discussioni e
decisioni parlamentari. Rientriamo in albergo. Questa è l’ultima sera che
trascorriamo a Lisbona. Domani si parte per un’altra tappa.
Nel tragitto
che stamattina presto ci conduce fuori Lisbona in direzione Obidos incontriamo
l’ultimo monumento, l’acquedotto delle acque libere, costruito nel XVIII secolo
sul progetto di un ponte di epoca romana, con la differenza che gli archi sono
a sesto acuto. Ora l’acqua che questa opera di ingegneria civile approvvigiona
non è più per il consumo, bensì per l’irrigazione di campi e colture. Il sole
ci abbandona e lungo il tragitto la sommità dei colli si vela di nebbia, mentre
la vegetazione stranamente ricorda più una foresta nordeuropea, interrotta di
tanto in tanto da qualche pala eolica. Mentre raggiungiamo Obidos la guida ci
narra di come si svolse la riconquista portoghese e la cacciata dei mori,
partita da nord. Obidos fu l’ultima città ad essere riconquistata perché i mori
l’avevano dotata di una poderosissima cinta muraria, che negli anni ’50 del
secolo appena trascorso fu ripristinata ed ora è possibile camminare lungo il
tragitto per un chilometro e mezzo. Giungiamo ad Obidos e ci perdiamo a
passeggiare lungo le sue strette stradine medioevali. Prima di ripartire per
Nazarè mi fermo a fare una degustazione di ginja – o ginjinha – un liquore
forte e dolce a base di ciliegia, servito in una tazzina di cioccolato per consolazione.
Nel tratto tra Obidos e Nazarè la vegetazione ogni tanto è interrotta da
terreni ubertosi dove si pratica la frutticoltura e la coltivazione della vite.
Pian piano il sole inizia a spuntare. Arriviamo a Nazarè, piccolo borgo di
pescatori e rinomata località di villeggiatura. Intravedo le batterie dove i
pescatori mettono ad essiccare il pesce e le vecchie signore del paese, vestite
con l’abito tradizionale che prevede sette gonne e un fazzoletto scuro in
testa, che si occupano di piazzare in affitto (in nero) gli ultimi appartamenti
rimasti liberi per la stagione estiva, che si concluderà ufficialmente il 15
settembre. Ma già tra una settimana, con l’inizio delle scuole, il paese si
svuoterà e tutte le macchine con targa straniera, soprattutto francese, dei
portoghesi emigrati che rientrano in patria per le ferie estive, spariranno.
Con una parte del gruppo mi fermo in un ristorantino non per turisti, lontano
dal litorale, per mangiare ad un prezzo inferiore rispetto alla zona costiera e
per andare in un posto tradizionale frequentato dalla gente del posto. Questi
luoghi sono riconoscibili per le griglie poste all’esterno del locale dove
cuociono il pesce. Il mio pranzo è a base di sarde alla griglia, cotte con
tutte le interiora, e vinho verde, un vino bianco fresco e acidulo, tipico del
nord del paese e di pronta beva, da consumare entro 2 anni dalla vendemmia. Ma
subito dopo la tentazione di togliermi le scarpe e camminare in spiaggia e
mettere i piedi a bagno nell’oceano è forte. Dopodiché si riparte per Coimbra,
ma non prima di aver fatto un’ulteriore sosta. Ci fermiamo pertanto ad Alcobaça
per visitare il più imponente complesso monumentale cistercense del Portogallo.
Al di là di questo, questa piccola cittadina nata alla confluenza di due fiumi,
l’Alcoa e il Baça, non ha altre peculiarità. Ma il nostro Virgilio ci narra di
quella che secondo lui è la più grande storia d’amore del Portogallo, tra
Pietro I, figlio di Alfonso IV re di Portogallo e Ines de Castro, dama spagnola
e amante del principe. Ma poi vengo a sapere che Pietro I è passato alla storia
con i soprannomi di Crudele, Sanguinario e Vendicativo, oltre ad essere
incestuoso. Prima di ripartire per Coimbra cerco di dare un senso a questa
sosta andando in una premiata pasticceria ad assaggiare i pastel de nata.
Arriviamo infine prima di cena a Coimbra, importante città universitaria. Fino
al 1911 la prima ed unica università lusofona del mondo. Il portoghese, con i
suoi oltre 300 milioni di locutori, è la quinta lingua più parlata al mondo. Se
una persona di lingua portoghese voleva studiare all’università, fino a quella
data doveva per forza venire a Coimbra. Ma la città è ancora semivuota, in
quanto gli studenti sono ancora in vacanza. Le lezioni riprenderanno a
settembre. E domani inizierà la nostra visita.
La giornata a
Coimbra inizia con un giretto nella zona universitaria. L’università venne
fondata nel 1290. C’è già qualche sparuto studente in giro, vestito con il
famoso mantello nero e la divisa, a vendere cancelleria o a suonare il fado in
strada. Il fado di Coimbra si distingue da quello di Lisbona per essere cantato
solo da voci maschili. Nasce in origine dall’ispirazione che gli studenti
avevano innamorandosi delle famose lavandaie col capo coperto da un fazzoletto,
le quali avevano fama di essere molto belle. Gli studenti cantavano loro le
serenate sotto la finestra di casa. Andiamo a visitare l’importantissima
biblioteca, contenente 300.000 volumi, i quali vengono tutt’ora conservati
grazie a tre metodi naturali: lo spessore delle pareti della biblioteca, il
legno di quercia e una colonia di pipistrelli che nottetempo si ciba degli
insetti responsabili del deterioramento dei volumi antichi. Terminata la visita
ci spostiamo nella parte bassa della città, la Baixinha, e lì mi perdo
volutamente all’interno della fitta e intricata trama di piccole viuzze strette
piene di botteghe. Una sosta per un pranzo economico ma buono e subito dopo si
riparte alla volta di Aveiro, graziosa località posta sulla costa atlantica. La
cittadina è bagnata dal fiume Vouga, che prima di sfociare nell’oceano si
divide in tanti rami, creando un ambiente salmastro. Una delle attività
principali, oltre alla pesca, è quella della raccolta del sale. L’abbondanza di
pesce tutto l’anno fa sì che una colonia di cicogne, notoriamente specie
migratoria, sosti in quest’area anche in inverno. Prima di raggiungere il
centro di Aveiro sostiamo in frazione Costa Nova, famosa per uno dei suoi
piatti principali a base di riso e anguilla fritta, per le sue case di legno
bicolori a strisce verticali e per le dune di sabbia a ridosso dell’oceano, che
sono state dichiarate zona protetta. Giungiamo infine ad Aveiro, dove vediamo
canali lungo i quali navigano le imbarcazioni tipiche, i cosiddetti moliçeiros.
Sosto in una pasticceria ad assaggiare gli ovos moles, i famosi dolcetti locali,
prima di ripartire alla volta di Porto. Lungo il tragitto attraversiamo la
Bairrada, zona di produzione di vini bianchi (alcuni dei quali hanno vinto
premi internazionali) e di eucalipti. Vedo mezzi pesanti carichi di sughero. Il
Portogallo è il primo produttore mondiale di sughero, che proviene dalla
regione dell’Alentejo, a sud di Lisbona. Ma le industrie di trasformazione si
trovano a nord. Giungiamo a Porto, seconda città del Portogallo, bagnata dal
Douro. Sponda destra Porto, sponda sinistra Vilanova de Gaia, dove ci sono le
cantine di invecchiamento del vino porto, prodotto ad un centinaio di
chilometri di distanza dalla cittadina. Città raccolta, ma vivace e pulsante,
costruita su un colle di granito che nel 1755 la preservò dalla famosa scossa di
terremoto del nono grado della scala Mercalli, che non solo distrusse Lisbona,
ma anche mezzo paese. La maggior parte degli edifici stessi sono in granito.
L’ex palazzo della Borsa ospita la sede dell’associazione commerciale del vino
porto, dove ogni anno decidono se e quando un porto può essere imbottigliato
come Vintage, e la città ospita anche la sede dei discendenti delle famiglie
inglesi trasferitesi secoli addietro (il legame con l’Inghilterra è sempre
stato molto forte per via della commercializzazione del vino e gli inglese sono
sempre stati alleati). Pur avendo cognomi inglesi, sono ormai di nazionalità
portoghese da generazioni e si ritrovano ogni mercoledì per stappare una
bottiglia di Porto Vintage. Facciamo un giro in battello sul fiume sorseggiando
un Porto invecchiato 7 anni e prima di concludere la giornata sostiamo in un
ristorante della Ribeira a mangiare pesce fritto.
Oggi non c’è più molto da raccontare. Dopo i ritmi serrati
dei giorni scorsi decidiamo di prendercela un po’ più comoda e di fare i
flaneur. Dopo colazione vaghiamo un po’ per le strade, ci beviamo un buon caffè
al Largo dos Aliados. Vado a fotografare gli azulejos nell’atrio della stazione
centrale di Porto. La mattinata si conclude con un ottimo pranzo annaffiato da
ottimo vino al ristorante Douro Sentido, dopo aver visitato il palazzo della ex
Borsa. Andiamo a Guimãraes, graziosa cittadina di 50.000 anime con
un’anima medioevale e un castello del IX secolo, ricostruito nel XIII,
realizzato quando il Portogallo ancora non esisteva (i suoi confini definitivi
di nazione sono stati definiti nel XII secolo). A testimonianza di ciò hanno
realizzato una scritta che recita “Aqui nasceu Portugal” (qui nacque il
Portogallo). Lasciamo questa culla della nazione. Domani ripartiamo per Lisbona
e il giorno successivo ci sarà il mio aereo per Bologna. La vacanza è agli
sgoccioli.
Giungiamo
all’albergo di Lisbona che ci aveva ospitato le prime due notti per l’ultima
notte prima di ripartire. A mo’ di
commiato l’albergo ci organizza uno spettacolo di arie di bel canto. Mi lascio
cullare dalle note d’opera. Non c’è modo migliore e più poetico per suggellare
questa esperienza, lasciando qui un pezzettino di cuore, con la speranza di
farvi ritorno un giorno.
Lisbona – Bologna
in 12 ore con scalo ad Amsterdam e due aeromobili in ritardo è una buona resa,
oserei dire con un filo di sarcasmo. La vocina fintamente cordiale dell’hostess
che annuncia “We wish you a pleasant stay in Bologna” mi urta i nervi. Ore
23:10, vedo San Luca e mi sento a casa, finalmente. Scendo dall’aereo, mi
inginocchio e bacio la terra.
A distanza di
qualche giorno, rientrato alle affannose cure quotidiane, mi sono ritrovato a
riflettere sul concetto di “saudade”. Ho trovato un passo della scrittrice
brasiliana Clarice Lispector, che cito in lingua originale, segue traduzione:
Saudade é um poco como fome. Só passa quando se come a presença. Mas, às vezes,
a saudade è tão profunda que a presença è pouco: quer-se absorver a outra
pessoa toda. Essa vontade de um ser o outro para uma unificação inteira é um
dos sentimentos mais urgentes que se tem na vida.
Traduzione:
la saudade è un po’ come la fame. Cessa solo quando si mangia la presenza. Ma,
a volte, la saudade è tanto profonda che la sola presenza è poco. Si vuol assorbire
l’altra persona tutta. Questa volontà di essere l’altro per l’unificazione
intera è uno dei sentimenti più urgenti in questa vita.
Come
spiegare una delle 7 parole più complesse e intraducibili al mondo? In italiano
cerchiamo di veicolare il concetto di saudade con le parole malinconia,
tristezza, assenza, lontananza, tormento, perdita…come ci spiegava la nostra
guida di Coimbra, la saudade è “la presenza dell’assenza”. Non riguarda né il
passato, né il futuro. E’ il presente, come una malattia che ci si porta dentro
e la speranza che il tempo la guarisca; è la tormentata volontà di avere di
nuovo quello che si è perso; è un dolore e allo stesso tempo un piacere che
tiene in vita ciò che non c’è più.
Sono
rincasato da questo intenso viaggio con la sindrome da rientro. Non mi sono
sentito pronto a ritornare a fare un lavoro che poi ho detestato e mollato,
fonte delle mie ansie quotidiane. Cerco pertanto con fatica di plasmare in
senso positivo questa mia angoscia, pur sapendo che quando mi trovavo sopra la
cattedrale di Lisbona, con lo spettacolare panorama del fiume Tago davanti a
me, all’improvviso ho avuto una stretta al cuore, sapendo che questo spettacolo
mi sarebbe mancato una volta a casa, lontano dalla bellezza di questo posto e
di questo momento.

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