domenica 27 agosto 2017

Diario di viaggio 2


Tour del Portogallo dal 22 al 28 agosto 2016.
Itinerario: Lisbona – Cascais – Sintra - Cabo da Roca – Obidos – Nazarè – Alcobaça – Coimbra –Aveiro –Porto – Guimãraes – Batalha - Lisbona.


“La campagna o la natura non mi possono dare niente che valga la maestà irregolare della città tranquilla, sotto il chiaro di luna, vista dalla Graça o da S. Pedro de Alcantare. Non ci sono per me fiori come il ricco cromatismo di Lisbona sotto il sole.”
(Fernando Pessoa – Diario dell’inquietudine)

Mi desto nel cuore della notte dopo un temporale estivo. Mi accompagnano all’aeroporto Marconi di Bologna. Check-in e imbarco al gate affollatissimi, giusto il tempo di prendere un caffè prima di salire sull’aereo. A dire il vero giungo a Lisbona quasi allo scoccare del mezzodì, in quanto col viaggio faccio un giro dell’oca via Amsterdam, ma all’aeroporto di Schiphol non sosto molto, giusto il tempo di andare alla toilette prima di prendere l’altro aeromobile. L’aereo, prima dell’atterraggio in una città calda e soleggiata, ci concede una vista mozzafiato virando dalla foce del Tago per un tratto d’oceano. All’aeroporto, l’autista che mi deve accompagnare in albergo parla solo portoghese, ma nella conversazione riusciamo ad intenderci benino ugualmente. Il tempo di una doccia e di un cambio d’abito e poi l’incontro con il nostro Virgilio, un tizio italiano che vive a Lisbona, che accompagnerà me e il resto del gruppo composto da persone provenienti da varie parti d’Italia per il resto della settimana. Avendo il pomeriggio libero, mi suggerisce qualche giretto. Prendo un taxi in direzione Praça do Comercio, pieno centro città. Il tassista, che ascolta alcuni appassionati brani di fado in sottofondo, lungo il tragitto, in un misto di inglese e portoghese si lamenta dei continui lavori stradali. Mi scarica davanti alla piazza e subito alla mia destra si apre la visuale del fiume, grande come un mare e che odora quasi di mare, essendo prossimo a sfociare nell’oceano. Decido di vergere sull’Elevador de Santa Justa per scattare qualche foto panoramica e fermarmi a mangiare qualcosina in quota prima di raggiungere A Brasileira, il famoso caffè storico dove si recava spesso Fernando Pessoa (davanti al locale c’è una sua statua). E’ d’uopo consumare un buonissimo caffè al costo di 70 centesimi e scattare qualche foto al locale. Dopodiché, essendo quasi subito stanco di camminare, decido di fare un tour in calessino. Domando una cosa in inglese ad una ragazza a bordo di uno dei trabiccoli e lei subito di rimando mi chiede la provenienza. Scopro così che lei è italiana, di Como, trasferita a Lisbona per lavoro. Invece del solito tram, che mi sembrava più una pataccata per turisti, faccio quindi con lei il saliscendi lungo questa città sorta su 7 colli, come Roma capitale dell’Impero che era giunto sin qui per dominare. Fra una sosta e l’altra lungo i vari belvedere, mi porta infine fino al punto più alto della città, da dove posso godere di una vista panoramica a 180 gradi sulla città. La bella ragazza dai fulvi capelli mi spiega che la particolarità di questa città è che ogni quartiere ha un’anima e che dal Miradouro, dove ora ci troviamo, il tramonto porta con sé colori sempre diversi. Ma devo rientrare in albergo, ne approfitto per un riposino prima di cena. Questa sera ci sarà il briefing con la guida e conoscerò il resto del gruppo; c’è da discutere sul da farsi il giorno successivo. Per stasera niente movida. Cena e a nanna presto, per recuperare le forze.

La mattinata inizia con un giro nei quartieri di Baixa Pombalinha e Alfama. Lisbona fu distrutta da un terremoto nel 1755 e questa zona, l’unica pianeggiante della città come suggerisce la prima parte del toponimo, dimostra con i suoi viali lunghi e dritti come si può razionalmente ricostruire un quartiere dopo una catastrofe naturale. Alfama, dall’arabo “fonte di acqua calda” (qui, nel Medioevo, c’erano le terme) fu invece ricostruita nello stile moresco con cui venne concepita, con il suo dedalo di strette viuzze che è un saliscendi. Il quartiere è disseminato di case tipiche ricoperte di azulejos, le famose piastrelle portoghesi, e molte case sono ricoperte da piante di basilico ornamentale. E’ una zona popolare, dove la maggior parte delle persone abita qui da generazioni. Gli affitti delle case sono bassi, ma essendo che adesso molti artisti stanno ripopolando il quartiere, il prezzo delle case sta salendo. Passiamo attraverso il quartiere del nostro albergo, Alcantara, per andare a Belem a visitare l’omonima torre, prima di vergere su Cascais, rinomata città di villeggiatura sull’oceano. Lungo il tragitto posso vedere come il fiume piano piano va ricongiungendosi con l’oceano e le acque, dolce e salata, si mescolano per una ventina di chilometri creando un ambiente salmastro. Lungo la strada vedo comparire le prime calette e vedo apparire palme e banani. A Cascais, col tempo caldo e soleggiato, mi accoglie il profumo delle sarde alla griglia. Dopo pranzo faccio una passeggiata lungo la marina e prima di ripartire per Sintra mi fermo presso la gelateria di Franco Lupi, un italiano che da generazioni tramanda l’arte gelatiera italiana a Cascais. Prima di arrivare a Sintra ci fermiamo a Cabo da Roca. C’è vento e il suo faro che si affaccia sull’oceano ricorda che qui siamo nel punto più occidentale del continente europeo. L’impressione dell’oceano che non avevo avuto a Cascais la ricevo qui e mi commuovo. L’ambiente che mi circonda mi ricorda in questo luogo “sacro” che siamo solo ospiti e di passaggio su questa terra e che dovremmo rispettare la natura. Penso agli antichi romani, che non venivano mai qui al tramonto, perché credevano che il sole si estinguesse letteralmente andando piano piano a cadere nelle acque dell’oceano e, così facendo, producesse quel suono che era necessario agli dei per riposare. Giungiamo a Sintra per la visita del palazzo estivo dei re del Portogallo e prima di ripartire mi fermo in una pasticceria ad assaggiare i travesseiros (alla lettera cuscini), i tipici dolci locali. Durante il tragitto di ritorno, mentre attraversiamo una porzione dell’immenso parco di Monsanto di 900 ettari, che è il polmone verde di Lisbona e mentre passiamo sotto al Ponte del 25 aprile, che quest’anno ha compiuto 50 anni, la guida ci racconta alcune cose sulla situazione attuale del Portogallo. Il governo ha annunciato che il tasso di disoccupazione è sceso sotto le 500.000 unità su una popolazione di 10 milioni di abitanti, ma tanti sono emigrati in cerca di lavoro e c’è una percentuale della popolazione che il lavoro ha smesso di cercarlo. Ci parla degli stipendi medi dei lavoratori, ancora bassi. Si attestano sui 600-700 euro mensili, ma il prezzo dei carburanti e dei pedaggi autostradali è simile all’Italia, mentre le auto costano ancora di più che nel nostro paese per via delle tasse che lo Stato applica sull’acquisto delle vetture. Il cibo tuttavia è e rimane a buon mercato. Durante il viaggio si è discusso un po’ anche di attualità politica. Senza scendere in facili demagogie, i parlamentari portoghesi (il sistema è monocamerale e i membri sono 215) guadagnano poco più di 3000 euro al mese. I principali partiti sono il partito socialdemocratico, che a dispetto del nome è un partito di centro-destra, il partito cattolico di destra conservatrice, il partito socialista, il partito comunista e il Blocco di Sinistra, nato 20 anni fa da una scissione dal PCP per mano di un gruppo di giovani che non intravedevano possibilità di crescita nel partito (sono di ispirazione marxista-leninista). Il PCP prende il 5% dei consensi. C’è un governo di coalizione che vede uniti socialisti, comunisti e Bloco de Esquerda. E proprio questi ultimi due partiti fanno da ago della bilancia nelle discussioni e decisioni parlamentari. Rientriamo in albergo. Questa è l’ultima sera che trascorriamo a Lisbona. Domani si parte per un’altra tappa.

Nel tragitto che stamattina presto ci conduce fuori Lisbona in direzione Obidos incontriamo l’ultimo monumento, l’acquedotto delle acque libere, costruito nel XVIII secolo sul progetto di un ponte di epoca romana, con la differenza che gli archi sono a sesto acuto. Ora l’acqua che questa opera di ingegneria civile approvvigiona non è più per il consumo, bensì per l’irrigazione di campi e colture. Il sole ci abbandona e lungo il tragitto la sommità dei colli si vela di nebbia, mentre la vegetazione stranamente ricorda più una foresta nordeuropea, interrotta di tanto in tanto da qualche pala eolica. Mentre raggiungiamo Obidos la guida ci narra di come si svolse la riconquista portoghese e la cacciata dei mori, partita da nord. Obidos fu l’ultima città ad essere riconquistata perché i mori l’avevano dotata di una poderosissima cinta muraria, che negli anni ’50 del secolo appena trascorso fu ripristinata ed ora è possibile camminare lungo il tragitto per un chilometro e mezzo. Giungiamo ad Obidos e ci perdiamo a passeggiare lungo le sue strette stradine medioevali. Prima di ripartire per Nazarè mi fermo a fare una degustazione di ginja – o ginjinha – un liquore forte e dolce a base di ciliegia, servito in una tazzina di cioccolato per consolazione. Nel tratto tra Obidos e Nazarè la vegetazione ogni tanto è interrotta da terreni ubertosi dove si pratica la frutticoltura e la coltivazione della vite. Pian piano il sole inizia a spuntare. Arriviamo a Nazarè, piccolo borgo di pescatori e rinomata località di villeggiatura. Intravedo le batterie dove i pescatori mettono ad essiccare il pesce e le vecchie signore del paese, vestite con l’abito tradizionale che prevede sette gonne e un fazzoletto scuro in testa, che si occupano di piazzare in affitto (in nero) gli ultimi appartamenti rimasti liberi per la stagione estiva, che si concluderà ufficialmente il 15 settembre. Ma già tra una settimana, con l’inizio delle scuole, il paese si svuoterà e tutte le macchine con targa straniera, soprattutto francese, dei portoghesi emigrati che rientrano in patria per le ferie estive, spariranno. Con una parte del gruppo mi fermo in un ristorantino non per turisti, lontano dal litorale, per mangiare ad un prezzo inferiore rispetto alla zona costiera e per andare in un posto tradizionale frequentato dalla gente del posto. Questi luoghi sono riconoscibili per le griglie poste all’esterno del locale dove cuociono il pesce. Il mio pranzo è a base di sarde alla griglia, cotte con tutte le interiora, e vinho verde, un vino bianco fresco e acidulo, tipico del nord del paese e di pronta beva, da consumare entro 2 anni dalla vendemmia. Ma subito dopo la tentazione di togliermi le scarpe e camminare in spiaggia e mettere i piedi a bagno nell’oceano è forte. Dopodiché si riparte per Coimbra, ma non prima di aver fatto un’ulteriore sosta. Ci fermiamo pertanto ad Alcobaça per visitare il più imponente complesso monumentale cistercense del Portogallo. Al di là di questo, questa piccola cittadina nata alla confluenza di due fiumi, l’Alcoa e il Baça, non ha altre peculiarità. Ma il nostro Virgilio ci narra di quella che secondo lui è la più grande storia d’amore del Portogallo, tra Pietro I, figlio di Alfonso IV re di Portogallo e Ines de Castro, dama spagnola e amante del principe. Ma poi vengo a sapere che Pietro I è passato alla storia con i soprannomi di Crudele, Sanguinario e Vendicativo, oltre ad essere incestuoso. Prima di ripartire per Coimbra cerco di dare un senso a questa sosta andando in una premiata pasticceria ad assaggiare i pastel de nata. Arriviamo infine prima di cena a Coimbra, importante città universitaria. Fino al 1911 la prima ed unica università lusofona del mondo. Il portoghese, con i suoi oltre 300 milioni di locutori, è la quinta lingua più parlata al mondo. Se una persona di lingua portoghese voleva studiare all’università, fino a quella data doveva per forza venire a Coimbra. Ma la città è ancora semivuota, in quanto gli studenti sono ancora in vacanza. Le lezioni riprenderanno a settembre. E domani inizierà la nostra visita.

La giornata a Coimbra inizia con un giretto nella zona universitaria. L’università venne fondata nel 1290. C’è già qualche sparuto studente in giro, vestito con il famoso mantello nero e la divisa, a vendere cancelleria o a suonare il fado in strada. Il fado di Coimbra si distingue da quello di Lisbona per essere cantato solo da voci maschili. Nasce in origine dall’ispirazione che gli studenti avevano innamorandosi delle famose lavandaie col capo coperto da un fazzoletto, le quali avevano fama di essere molto belle. Gli studenti cantavano loro le serenate sotto la finestra di casa. Andiamo a visitare l’importantissima biblioteca, contenente 300.000 volumi, i quali vengono tutt’ora conservati grazie a tre metodi naturali: lo spessore delle pareti della biblioteca, il legno di quercia e una colonia di pipistrelli che nottetempo si ciba degli insetti responsabili del deterioramento dei volumi antichi. Terminata la visita ci spostiamo nella parte bassa della città, la Baixinha, e lì mi perdo volutamente all’interno della fitta e intricata trama di piccole viuzze strette piene di botteghe. Una sosta per un pranzo economico ma buono e subito dopo si riparte alla volta di Aveiro, graziosa località posta sulla costa atlantica. La cittadina è bagnata dal fiume Vouga, che prima di sfociare nell’oceano si divide in tanti rami, creando un ambiente salmastro. Una delle attività principali, oltre alla pesca, è quella della raccolta del sale. L’abbondanza di pesce tutto l’anno fa sì che una colonia di cicogne, notoriamente specie migratoria, sosti in quest’area anche in inverno. Prima di raggiungere il centro di Aveiro sostiamo in frazione Costa Nova, famosa per uno dei suoi piatti principali a base di riso e anguilla fritta, per le sue case di legno bicolori a strisce verticali e per le dune di sabbia a ridosso dell’oceano, che sono state dichiarate zona protetta. Giungiamo infine ad Aveiro, dove vediamo canali lungo i quali navigano le imbarcazioni tipiche, i cosiddetti moliçeiros. Sosto in una pasticceria ad assaggiare gli ovos moles, i famosi dolcetti locali, prima di ripartire alla volta di Porto. Lungo il tragitto attraversiamo la Bairrada, zona di produzione di vini bianchi (alcuni dei quali hanno vinto premi internazionali) e di eucalipti. Vedo mezzi pesanti carichi di sughero. Il Portogallo è il primo produttore mondiale di sughero, che proviene dalla regione dell’Alentejo, a sud di Lisbona. Ma le industrie di trasformazione si trovano a nord. Giungiamo a Porto, seconda città del Portogallo, bagnata dal Douro. Sponda destra Porto, sponda sinistra Vilanova de Gaia, dove ci sono le cantine di invecchiamento del vino porto, prodotto ad un centinaio di chilometri di distanza dalla cittadina. Città raccolta, ma vivace e pulsante, costruita su un colle di granito che nel 1755 la preservò dalla famosa scossa di terremoto del nono grado della scala Mercalli, che non solo distrusse Lisbona, ma anche mezzo paese. La maggior parte degli edifici stessi sono in granito. L’ex palazzo della Borsa ospita la sede dell’associazione commerciale del vino porto, dove ogni anno decidono se e quando un porto può essere imbottigliato come Vintage, e la città ospita anche la sede dei discendenti delle famiglie inglesi trasferitesi secoli addietro (il legame con l’Inghilterra è sempre stato molto forte per via della commercializzazione del vino e gli inglese sono sempre stati alleati). Pur avendo cognomi inglesi, sono ormai di nazionalità portoghese da generazioni e si ritrovano ogni mercoledì per stappare una bottiglia di Porto Vintage. Facciamo un giro in battello sul fiume sorseggiando un Porto invecchiato 7 anni e prima di concludere la giornata sostiamo in un ristorante della Ribeira a mangiare pesce fritto.

Oggi non c’è più molto da raccontare. Dopo i ritmi serrati dei giorni scorsi decidiamo di prendercela un po’ più comoda e di fare i flaneur. Dopo colazione vaghiamo un po’ per le strade, ci beviamo un buon caffè al Largo dos Aliados. Vado a fotografare gli azulejos nell’atrio della stazione centrale di Porto. La mattinata si conclude con un ottimo pranzo annaffiato da ottimo vino al ristorante Douro Sentido, dopo aver visitato il palazzo della ex Borsa. Andiamo a Guimãraes, graziosa cittadina di 50.000 anime con un’anima medioevale e un castello del IX secolo, ricostruito nel XIII, realizzato quando il Portogallo ancora non esisteva (i suoi confini definitivi di nazione sono stati definiti nel XII secolo). A testimonianza di ciò hanno realizzato una scritta che recita “Aqui nasceu Portugal” (qui nacque il Portogallo). Lasciamo questa culla della nazione. Domani ripartiamo per Lisbona e il giorno successivo ci sarà il mio aereo per Bologna. La vacanza è agli sgoccioli.
  
Giungiamo all’albergo di Lisbona che ci aveva ospitato le prime due notti per l’ultima notte prima di ripartire. A  mo’ di commiato l’albergo ci organizza uno spettacolo di arie di bel canto. Mi lascio cullare dalle note d’opera. Non c’è modo migliore e più poetico per suggellare questa esperienza, lasciando qui un pezzettino di cuore, con la speranza di farvi ritorno un giorno.
  
Lisbona – Bologna in 12 ore con scalo ad Amsterdam e due aeromobili in ritardo è una buona resa, oserei dire con un filo di sarcasmo. La vocina fintamente cordiale dell’hostess che annuncia “We wish you a pleasant stay in Bologna” mi urta i nervi. Ore 23:10, vedo San Luca e mi sento a casa, finalmente. Scendo dall’aereo, mi inginocchio e bacio la terra.
  
A distanza di qualche giorno, rientrato alle affannose cure quotidiane, mi sono ritrovato a riflettere sul concetto di “saudade”. Ho trovato un passo della scrittrice brasiliana Clarice Lispector, che cito in lingua originale, segue traduzione: Saudade é um poco como fome. Só passa quando se come a presença. Mas, às vezes, a saudade è tão profunda que a presença è pouco: quer-se absorver a outra pessoa toda. Essa vontade de um ser o outro para uma unificação inteira é um dos sentimentos mais urgentes que se tem na vida.
Traduzione: la saudade è un po’ come la fame. Cessa solo quando si mangia la presenza. Ma, a volte, la saudade è tanto profonda che la sola presenza è poco. Si vuol assorbire l’altra persona tutta. Questa volontà di essere l’altro per l’unificazione intera è uno dei sentimenti più urgenti in questa vita.
Come spiegare una delle 7 parole più complesse e intraducibili al mondo? In italiano cerchiamo di veicolare il concetto di saudade con le parole malinconia, tristezza, assenza, lontananza, tormento, perdita…come ci spiegava la nostra guida di Coimbra, la saudade è “la presenza dell’assenza”. Non riguarda né il passato, né il futuro. E’ il presente, come una malattia che ci si porta dentro e la speranza che il tempo la guarisca; è la tormentata volontà di avere di nuovo quello che si è perso; è un dolore e allo stesso tempo un piacere che tiene in vita ciò che non c’è più.
Sono rincasato da questo intenso viaggio con la sindrome da rientro. Non mi sono sentito pronto a ritornare a fare un lavoro che poi ho detestato e mollato, fonte delle mie ansie quotidiane. Cerco pertanto con fatica di plasmare in senso positivo questa mia angoscia, pur sapendo che quando mi trovavo sopra la cattedrale di Lisbona, con lo spettacolare panorama del fiume Tago davanti a me, all’improvviso ho avuto una stretta al cuore, sapendo che questo spettacolo mi sarebbe mancato una volta a casa, lontano dalla bellezza di questo posto e di questo momento.






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