Se vogliamo dare al termine Resistenza il significato ampio,
che merita, di opposizione morale, politica e sindacale al clima di oppressione
e di violenza instaurato dal fascismo, possiamo prendere a prestito le parole
di Luigi Longo, partigiano e costituente, quando disse che la Resistenza è nata
col fascismo stesso. Fin dal primo giorno, fin dalle prime manifestazioni di
violenza delle camicie nere, violenza organizzata e armata contro il Popolo
(con la P maiuscola), il Popolo medesimo si levò alla resistenza e alla lotta.
Il clima di opposizione fu fondamentale nella formazione di una coscienza nelle
nuove e giovani generazioni di allora, che erano cresciute senza conoscere la
libertà politica, di stampa e di parola dell’Italia liberale. La volontà di uscire
dall’oscurantismo più oppressivo mosse da motivi ideali, sociali e nazionali e
da profondi sentimenti di amore per la libertà, per l’indipendenza da
conquistare, per salvare l’Italia dalla rovina della guerra. Un vecchio
partigiano di Castello d’Argile, Rinaldo Bovina, una volta disse: “Provo oggi
un grande sdegno nel sentire di possibili ritorni a metodi autoritari o
dittatoriali, dei quali la gioventù di oggi non ha una conoscenza sufficiente.
Proprio per questo l’insegnamento della storia dovrebbe essere rivalutato,
perché i giovani hanno troppe lacune e non possono perciò rendersi veramente
conto di cosa abbiamo vissuto. Queste sono lacune che, se si vorrà rendere
ragione alla verità, dovranno essere rapidamente colmate”.
Abito in una strada intitolata ad un martire antifascista.
Mi sono voluto documentare su di lui, leggendo le sue notizie biografiche
dall’anagrafe partigiana. Oreste Vancini nacque a Cento il 22 gennaio 1879. Si
laureò in lettere e filosofia e decise di diventare insegnante di scuola media.
Nel 1907 aderì al Partito Socialista. Viene ricordato come un educatore
esemplare, oltre che un colto e acuto studioso di storia locale bolognese.
Durante il regime fascista si ritirò dall’insegnamento, ma continuò a insegnare
ai ragazzi a domicilio, perché – diceva - non voleva lasciare i giovani alle
prese con testi indegni, pieni di lodi esagerate e di vergognose falsità.
Sappiamo che durante la guerra sfollò da Bologna a Castel Maggiore e divenne
tra gli animatori della locale lotta partigiana, militando nella 1ª brigata
Irma Bandiera Garibaldi. L'8 agosto 1944 i partigiani fecero saltare con la
dinamite la caserma delle brigate nere di Argelato. Il giorno successivo fu
catturato insieme ad altre 8 persone dai fascisti per rappresaglia e dopo un
processo sommario, dove l’unica colpa del professore era avere un Idea con la I
maiuscola, fu portato davanti alle macerie della caserma, dove venne fucilato.
Il suo nome venne dato a un battaglione della brigata Matteotti Città. Nessuno
sa che aspetto avesse, ma come tutti gli eroi ce lo immaginiamo forte e deciso,
perché morì per un ideale di libertà, quell’idea che oggi ci permette, fino a
prova contraria, di vivere liberi. Come scrisse egli stesso: “La vita è
un’affannosa corsa ad una meta che non si raggiunge mai e non è veramente
vissuta se non quando è dedicata ad un’idea. Che cosa sono mai le pene, che
cosa sono le delusioni, le tristezze, i tradimenti, se resta nello spirito la
superba gioia del proprio pensiero?”
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