sabato 12 settembre 2015

Per i 70 anni della Liberazione

Se vogliamo dare al termine Resistenza il significato ampio, che merita, di opposizione morale, politica e sindacale al clima di oppressione e di violenza instaurato dal fascismo, possiamo prendere a prestito le parole di Luigi Longo, partigiano e costituente, quando disse che la Resistenza è nata col fascismo stesso. Fin dal primo giorno, fin dalle prime manifestazioni di violenza delle camicie nere, violenza organizzata e armata contro il Popolo (con la P maiuscola), il Popolo medesimo si levò alla resistenza e alla lotta. Il clima di opposizione fu fondamentale nella formazione di una coscienza nelle nuove e giovani generazioni di allora, che erano cresciute senza conoscere la libertà politica, di stampa e di parola dell’Italia liberale. La volontà di uscire dall’oscurantismo più oppressivo mosse da motivi ideali, sociali e nazionali e da profondi sentimenti di amore per la libertà, per l’indipendenza da conquistare, per salvare l’Italia dalla rovina della guerra. Un vecchio partigiano di Castello d’Argile, Rinaldo Bovina, una volta disse: “Provo oggi un grande sdegno nel sentire di possibili ritorni a metodi autoritari o dittatoriali, dei quali la gioventù di oggi non ha una conoscenza sufficiente. Proprio per questo l’insegnamento della storia dovrebbe essere rivalutato, perché i giovani hanno troppe lacune e non possono perciò rendersi veramente conto di cosa abbiamo vissuto. Queste sono lacune che, se si vorrà rendere ragione alla verità, dovranno essere rapidamente colmate”.

Abito in una strada intitolata ad un martire antifascista. Mi sono voluto documentare su di lui, leggendo le sue notizie biografiche dall’anagrafe partigiana. Oreste Vancini nacque a Cento il 22 gennaio 1879. Si laureò in lettere e filosofia e decise di diventare insegnante di scuola media. Nel 1907 aderì al Partito Socialista. Viene ricordato come un educatore esemplare, oltre che un colto e acuto studioso di storia locale bolognese. Durante il regime fascista si ritirò dall’insegnamento, ma continuò a insegnare ai ragazzi a domicilio, perché – diceva - non voleva lasciare i giovani alle prese con testi indegni, pieni di lodi esagerate e di vergognose falsità. Sappiamo che durante la guerra sfollò da Bologna a Castel Maggiore e divenne tra gli animatori della locale lotta partigiana, militando nella 1ª brigata Irma Bandiera Garibaldi. L'8 agosto 1944 i partigiani fecero saltare con la dinamite la caserma delle brigate nere di Argelato. Il giorno successivo fu catturato insieme ad altre 8 persone dai fascisti per rappresaglia e dopo un processo sommario, dove l’unica colpa del professore era avere un Idea con la I maiuscola, fu portato davanti alle macerie della caserma, dove venne fucilato. Il suo nome venne dato a un battaglione della brigata Matteotti Città. Nessuno sa che aspetto avesse, ma come tutti gli eroi ce lo immaginiamo forte e deciso, perché morì per un ideale di libertà, quell’idea che oggi ci permette, fino a prova contraria, di vivere liberi. Come scrisse egli stesso: “La vita è un’affannosa corsa ad una meta che non si raggiunge mai e non è veramente vissuta se non quando è dedicata ad un’idea. Che cosa sono mai le pene, che cosa sono le delusioni, le tristezze, i tradimenti, se resta nello spirito la superba gioia del proprio pensiero?”

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